Visualizzazione post con etichetta Solidarietà e cooperazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Solidarietà e cooperazione. Mostra tutti i post

lunedì 11 febbraio 2013

Viaggio e solidarietà Sri Lanka

www.isole.us. Galawatte, Galle Oggi è il 13 dicembre, sono quattro giorni che siamo arrivati. Dal primo anno, quel drammatico 2004 dello tsumani che devastò il sud-est asiatico e distrusse buona parte della costa di questo straordinario paese, sono passati 8 lunghi anni. Molte cose sono cambiate, purtroppo in peggio. Da una parte la politica della carota e del bastone del nuovo governo (nuovo, per modo di dire, il presidente governa dal 2007) ha assicurato sviluppo: nuove strade, la prima grande e vera autostrada da Colombo verso sud, nuovo grande porto ad Hambatota, il nuovo aeroporto, le grandi navi da crociera che arrivano a Galle, insomma nuove grandi opere pubbliche che rendono la vita per la popolazione più occidentale e più facile. Negli anni passati internet era ancora un miraggio, ora le connessioni wi fi si colgono al volo; i telefonini erano un lusso, oggi tutti li usano, mostrando quelli più recenti. Poi c’è l’altro lato....omississ... che ha perso alcuni pezzi del suo fascino di paradiso esotico. Resta comunque la luce intrigante del giorno equatoriale. La mattina, tutte le mattine, alle 5.30 inizia la luce e il sole imperioso si erge iniziando la sua calda corsa. La temperatura è sempre costante, intorno ai 30-32 gradi. Poi verso le 17.30 inizia la sua discesa verso ovest e in poco meno di mezz’ora si mostra rosso fuoco. E piomba l’oscurità della lunga notte. Resta la bellezza del verde intenso e sfolgorante delle risaie: le vedi appena ti addentri un pochino verso l’interno, è uno spettacolo che colpisce sempre, con i bufali che pascolano e le donne al lavoro. Resta il brulichio di gente lungo le strade, nei piccoli villaggi, una moltitudine, colorata e rumorosa che vaga continuamente e incessantemente, con la luce e con il buio della sera, come fosse sempre alla ricerca del suo tesoro perduto. Restano i profumi intensi (a volte gli odori acri e forti) dell’isola delle spezie, lo spettacolo dei suoi animali che si muovono tra gli alberi, palme da cocco, banani, mango, i banani in particolare sono esuberanti e rigogliosi con il loro verde caldo che ti invita al contatto. Molte cose sono cambiate anche per noi, è cambiato il significato del nostro impegno, il ruolo e l’attività della nostra associazione. Dai primi anni, in cui siamo stati partner con la Provincia nel progetto in cui era capofila Samarcanda di Piombino, progetto che nacque durante la nostra missione a marzo del 2005. In quel marzo conoscemmo Luca che ci parlò di Lorenzo e di Stefano. Resto ancora oggi meravigliato da come ci descrisse con lucidità i profili e i caratteri delle due persone. Tutto questo tempo e tutto il percorso che abbiamo fatto insieme con l’Associazione; il sostegno che abbiamo dato a Lorenzo. Resta il grande contributo dato dall’associazione per l’ampliamento della Casa Mihiri e i contributi annuali per le bambine. Poi ci sono i progetti con Stefano e il grande sostegno che abbiamo dato alla sua associazione. Restano le case che abbiamo costruito e le famiglie che abbiamo aiutato e che ancora aiutiamo. Ma credo che ora, qui il nostro ruolo è concluso, almeno per quello che ci eravamo immaginati. Rimarranno i legami, alcuni progetti da concludere o realizzare, alcune adozioni da seguire. Ma il percorso è iniziato e ora si conclude. Potrà iniziare forse un domani, qualcos’altro, ma quella storia avviatasi con Harschi e Amal quando erano ancora ragazzi si avvia verso il capitolo finale, ed è una storia e lieto fine. Harschi ha 19 anni, è una ragazza con il suo lavoro, che aspira a vistare il nostro paese, ma ha superato il momento critico della povertà, grazie anche al nostro sostegno. Ed anche Amal, anche lui ha ricevuto il nostro aiuto, ora è un padre con i suoi legami e il ruolo importante nella sua comunità, dalla quale è stimato e rispettato. E poi ci sono le famiglie. Quella di Lilianage (il farmacista di Lorenzo) la sua nuova casa e il sostegno a distanza. Storia a lieto fine, famiglia sistemata, i due figli maschi con il loro lavoro. Ricordo nel dicembre 2005 la posa delle fondamenta della loro casa, l’entusiasmo dei bambini, Chatura e Sankalpe, che insieme alla madre trasportavano i pesanti sacchi di sabbia per la prima gettata di cemento, l’estenuante discussione sul tracciato delle mura, e infine l’inizio dei lavori, gli occhi sorridenti della madre, i loro inchini ai nostri piedi per ringraziarci. Martedì 11, siamo andati da Lorenzo. La sua voglia di andare avanti, dimostrando che, anche dopo i 70 se si resta soli (dopo 28 anni di convivenza) si può sopravvivere. La sua scuola materna con 20 bambine, la sua casa famiglia con 23 bambine. Una di esse può essere adottata con il sostegno della nostra associazione. Abbiamo detto a Lorenzo che dobbiamo conoscerla, farle le foto, preparare la scheda per l’adozione e tutta la documentazione per la famiglia che la sosterrà. Nessun problema, lo possiamo fare, ma ora lei non c’è: o ci prendiamo le foto che lui ha, o ci fidiamo sulla parola; incredibile, padre omicida, alcolizzato in carcere a Matara, madre tossicodipendente e prostituta, in carcere a Colombo, la bambina 5 anni, il tribunale ha autorizzato, per le vacanze scolastiche il temporaneo ricongiungimento con la madre in carcere, tornerà, speriamo, nella sua oasi di tranquillità da Lorenzo, dopo il 10 gennaio. Ieri mattina, verso le 9 sono andato con Stefano alla cerimonia di chiusura dei corsi a Pilana. Un grande e positivo intervento fatto dall’associazione di Stefano. Il villaggio di Pilana si trova a circa 40 minuti da Unawatuna, nell’interno. Zona collinare e ampie distese pianeggianti con le verdissime risaie. Vegetazione da giungla, e atmosfera malinconica e struggente stile il Macondo di Marquez. Tutta la storia di Pilana inizia con Kumara, il bambino con una famiglia poverissima, storia di violenze e abusi per lui e i suoi fratelli (1 fratello e 3 sorelle); lo fanno monaco perché sono poveri, lui incontra per caso Stefano e scappa dal convento. Inizia la conoscenza del povero villaggio da parte di Stefano, povertà, alcolismo e degrado. Ma grazie a Kumara, alla sua esuberanza e al suo sorriso Stefano si innamora e si avviano i primi interventi di sostegno. La scuola materna, il centro di formazione, il consultorio per le donne, il doposcuola, la Montessori, i tanti progetti di microcredito. Abbiano sostenuto i progetti con circa 10.000 €. Ma oggi Kumara non c’è più, aveva scelto la carriera militare, sognava di mettere da parte i soldi per costruirsi la sua nuova casa nel villaggio, per viverci con le sue sorelle e suo fratello: è morto cadendo dal treno che lo riportava a casa. Sopravvive la sua gioia che si legge oggi negli occhi della gente e dei bambini del suo villaggio. Ho assistito alle cerimonia di consegna dei diplomi, alla festa che la scuola ha organizzato. E si resta sempre abbagliati dal grande e struggente sorriso dei bambini. Harshi ora lavora al Marly’s Beach un resort da 200 $ al giorno in cui Ranga, suo fratello è il manager. Ranga ha fatto molta strada da quando faceva il semplice cameriere nella cabanas di Galalawatta gestite da Depika e da Amal. Si è comprato un terreno vicino al mare e a circa 3 km da qui, sembra (qui niente è sicuro finchè non lo vedi) si stia costruendo la sua nuova e grande casa.. Si è sposato ed ha un bambino Dimal. Gli occhi sono gli stessi del ragazzino disponibile e sorridente di 8 anni fa, ma secondo molti amici del posto, è molto cambiato. E’ un ricco, sempre in movimento, magari un po’ superbo. Chissà forse sarà solo invidia, ma è anche vero che le cose cambiano; secondo Kumara (il falegname) l’errore di Ranga è di non riconoscere il suo passato, quasi di esorcizzarlo. Lo abbiamo visto solo domenica, quando siamo arrivati e lui ci ha prelevato all’aeroporto, poi è stato sempre in giro per affari. Gli ultimi giorni è venuto a salutarci, e con noi è sempre stato, come il ragazzo di un tempo, gentile e disponibile. Menika, sua madre, oggi è venuta d ha voluto cucinare per noi. Domani riparte per Elpitia e poi starà alcuni giorni in pellegrinaggio verso le città antiche, sacre al buddismo locale Polonnaruwa e Anuradapura. Torna il 31 ma noi non ci saremo. Venerdì 14 di mattina presto alle 7.30, come d’accordo, sono andato da Lorenzo. La sua casa è sempre molto bella e accogliente e dalla piccola collina sulla quale è costruita si domina il panorama struggente dei campi verde smeraldo delle risaie e dei palmeti. Poi molti alberi da frutta, banani, mango, papaia, jackfruit. Ora ospita 23 bambine nella casa famiglia. Nella scuola materna invece ce ne sono 20, al momento si è chiusa la prima parte dell’anno scolastico, ogni tre mesi hanno le vacanze ed è come se la scuola si concludesse: verifica ed esami (per quelli più grandi) e poi dopo il 10 gennaio si ricomincia. Ci sono ancora i sorrisi sbarazzini delle bambine, con i loro occhi profondi che ti accolgono e ti interrogano cercando il tuo sguardo e la tua approvazione. C’è ancora l’house-mother, la Kumudu, che mi ha subito riconosciuto e c’è ancora sua figlia Presciani, che insegna nella scuola materna e sbriga un po’ di faccende burocratiche. Abbiamo deciso di scegliere, per il sostegno di una delle nostre famiglie, direttamente con Lorenzo, una delle bambine della casa famiglia. Virisya, tamil. E’ arrivata da Lorenzo, come succede sempre ormai da quando Casa Mihiri è riconosciuta dal governo, affidata dal tribunale dei minori, circa un anno fa. Non era mai andata a scuola. Non ha il padre, Lorenzo mi ha detto che è morto e lei non lo ha mai conosciuto. Viveva con la madre nella zona delle collina del thè, 70 km nell’interno. Con i due fratelli ha vissuto in condizione misere, da soli tutta la settimana, esposti ai rischi degli abusi degli adulti (con l’aggravante di essere tamil). La madre il sabato rientrava dalle colline e l’unica cosa, dopo il massacrante lavoro, che sapeva fare è di comprarsi un pò di kassipu una micidiale mistura di alcol povero, ed ubriacarsi, distribuendone un po’ anche ai figli. Non è mai andata a scuola, quando è arrivata aveva i capelli, nerissimi, mai pettinati tutti ammatassati, hanno dovuto rasarla a zero; ora è una bambina robusta, alta e bellissima, e finalmente sorridente. Sul certificato di nascita, è indicata una data tra il luglio 2001 e il giugno 2003, con l’indicazione di propendere per la prima, tipico di questo paese. E’ sabato 15 dicembre. Nel pomeriggio con Amal primo giro delle case. Un tuffo nel passato, uno sguardo sulla nostra breve storia in questo paese. La casa di Bandu, il muratore, orami una solida realtà, il giardino pieno di fiori molto curato, lui sempre un po’ timido e la moglie sorridente. I figli non ci sono, sono a Colombo dalla zia, ma lunedì tornano. Obiettivo centrato. Prossima visita il pescatore, tre figli, come sempre furbi e sorridenti, il piccino aveva pochi giorni, ora ha 4 anni. Lui è a lavorare, la moglie sempre disponibile e sorridente ha ancora il suo piccolo bussiness dei braccialetti per gli shops di Unawatuna. Il tuk tuk man invece, quello della casa vicino alla ferrovia, è rimasto a meta. Il terreno prescelto per l’abitazione poi è stato cambiato. E’ molto vicino a Galawatte, ma i soldi per la casa non sono bastati e dovremmo cercare di completarla. Domenica mattina, presto, mi avvio con il tre vheel di Amal da Lorenzo. Mi deve accompagnare da Lijanage, il farmacista, vicino Pilana. Qui, secondo Lorenzo, la casa è finita ed anche il sostegno ai due bambini. Per concludere l’intervento e il sostegno devo verificare e poi assegnare un altro bambino allo sponsor. Lorenzo non si vuol far vedere, altrimenti si immaginano che nuovi soldi, facili, arrivino, mi accompagna e poi va via. Salgo la collina che porta alla casa. Ricordo le volte che ci siamo venuti insieme, momenti emozionanti e intensi. Trovo solo il bambino più piccolo, ora molto cresciuto, Chatura. E’ solo, la madre, se capisco bene torna alle 11, il padre è al lavoro e Sankalpe, il fratello, è a scuola per la festa di fine corso (eight class). Hanno conservato in piedi la vecchia baracca, non so se l’hanno affittata come dice Lorenzo. La casa è a posto ma non ben tenuta, troppa roba intorno e troppo vegetazione, ma forse è per ripararsi dal caldo. Rispetto a Bandu, sono un po’ più sprecisi e meno curati. Bandu aveva un bel giardino con fiori, i suoi animali, qui un po’ più trascuratezza. Saluto il bambino e mi avvio alla discesa, anche qui bella atmosfera di villaggio nella giungla, molta umidità e molto caldo. E’ il 18 dicembre. Il pomeriggio incontro con il pescatore a Galawatte. Abbiamo lasciato 25.000 rps un po’ di più di Bandu, considerando che ha tre figli piccoli, mentre quelli di Bandu sono già grandi e sono due. E’ stato un po’ a parlare e mi h abbracciato ringraziando per il sostegno. La mattina a Galle, sempre caotica, ma sempre intrigante. Anche questa città è molto cambiata dal 2004. E’ trascorso tanto tempo e tanti sono stati i cambiamenti, lo tsunami li accelerati in maniera esponenziale e il governo ha sfruttato ogni occasione utile per ridurre al silenzio l’opposizione tamil, con lo strategico consenso di tutta la popolazione cingalese. La prima vera autostrada, nuove vie di comunicazione, un grande porto commerciale, un nuovo e grande aeroporto, il nuovo simbolo del potere, il palazzo del parlamento e del governo. Infrastrutture che generano consenso, che migliorano la qualità della vita. Ma le contraddizioni sono evidenti, la povertà e il degrado (fatto di abusi e di violenza su donne e bambini) nell’interno si toccano con mano. La radicale differenza tra la costa turistica, quella più conosciuta dagli europei da Hikkaduwa a Tangalle, evidenzia una inspiegabile situazione economica a due velocità. Gli alloggi per gli occidentali costano 200, 300 e in alcuni casi anche di più, dollari al giorno; ville e case costruite ad uso e consumo di un turismo ricco, strumenti di arricchimento iperveloce per gli yuppies locali, per i giovani che da semplici driver o camerieri si trasformano in manager ricchi. Forse è un fenomeno comune ad altri paesi orientali che dispongono della risorsa turistica, ma questo trasforma il paese e i rapporti sociali in modo pericoloso. Nel pomeriggio è venuto Bandu con la famiglia con una sacchetto pieno di uova (le sue galline a quanto pare sono molto produttive). I bambini sono ragazzi, sorridenti ed interrogativi come sempre. Una visita di cortesia che avevo chiesto anche per vedere a distanza di 4 anni i figli. Ora è una bella famiglia e sono molto orgogliosi della loro casa. I figli sono spesso a Colombo dalla sorella e spero che trovino, dopo gli studi sostenuti da noi, la loro strada. Anche questa una bella storia a lieto fine. E’ sempre piena di fascino questa immagine dell’Oceano, un mare un tempo irraggiungibile per noi, se non con grandi sforzi di uomini e di mezzi. Oggi a portata di volo, mare esotico, intriso di misteri e di storie. L’orizzonte nasconde chissà quali terre, arcipelaghi fatti di isole minuscole e colorate, piene di fiori e di animali straordinari. Ieri mattina ci siamo fermati da Niluka per foto e vedere i bambini. Colpisce sempre questa famiglia allargata, ora c’è anche un uomo il marito di Niluka, poi c’è la nonna, poi due donne che ora sono al lavoro e 9 bambini (8 maschi e 1 femmina). Avevano già preparato i disegnino per noi. Foto e saluti di rito. Il pomeriggio è venuto Ranga per vedere la casa che aveva iniziato con Henrico. Ma non c’era nessuno. Ci torniamo dopo, ancora foto, ma manca sempre il figlio più grande. E cosi è arrivato l’ultimo giorno, quello della partenza, la vigilia del Natale 2012. Oggi è come ieri, inizia con le nuvole che coprono l’orizzonte, qualche scorcio di cielo si libera, lascia forse lo spazio alla pungente luce di questo sole equatoriale. Finisce oggi questa missione, questo nuovo viaggio. Un po’ di malinconia percepita dal tempo trascorso. Quella frizzante sensazione di scoperta della prima volta ha lasciato il posto alla conoscenza profonda del luogo, ma è il tempo che pesa. Lunghi 8 anni in cui la vita ti cambia, i figli che sono cresciuti, la maturità che svanisce lasciando il posto alla senilità. Un viaggio che può essere visto attraverso l’esperienza di Lorenzo. In quella casa ormai nota per noi tutto i cambiato, anche lei stessa e il suo inquilino sono cambiati. Com’era diversa la prima volta, quei primi contatti con le bambine. Manca la presenza di Lucilla. Ma è cosi e ora è altra cosa. Resta il ricordo di quei momenti, di quella esperienza che per noi è stata cosi intensa da costruire un impegno pubblico e una fitta rete di rapporti e relazioni che anch’essi col tempo si sono modificati. Resta la ricchezza umana che questa esperienza ci sta ancora regalando.

giovedì 9 dicembre 2010

Ginevra, una testimone in Cambogia

Ecco un altro prezioso contributo-testimonianza di Ginevra Boatto, giovane padovana, volontaria in Cambogia, che ci regalerà notizie per descriverci i principali aspetti di quel lontano paese e la sua cronaca del suo vivere a Phnom Penh parte da una terribile disgrazia. Una ragazza in gamba, legata da amicizie a Portoferraio e l'Elba e da oggi impegnata anche col Circolo Pertini, che agisce, con spirito di servizio libero, per dare informazioni utili alla conoscenza.

" Ciao a tutti, sono laureata in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali (cioè chimica, fisica, petrografia, biologia e storia dell'arte, archeologia): mi sono occupata di diagnostica per la conservazione e il restauro. Poi però ho conseguito il dottorato alla facoltà di ingegneria, nell'ambito del reverse engineering (ricostruzione virtuale 3D) dei beni culturali, in particolare di reperti antropologici.

Dopo anni e anni immersa nelle nebbie della Val Padana, tra polverosi laboratori e restrittive regole alla vita notturna, ho lasciato la terra natìa per trasferirmi (momentaneamente) nella perla del sud est asiatico. un'esperienza di vita unica, un bagno nelle acque della pazienza, della spiritualità e dell'accoglienza, tra riso ragni e speculazioni sul senso della vita; ma un legame speciale con l'Elba mi riporterà in Italia a primavera".

Cambogia
Dati amministrativi
Nome completo Regno della Cambogia
Nome ufficiale
Preăh Réachéanachâkr Kâmpŭchea
Lingue ufficiali khmer
Capitale Phnom Penh (2.009.264 ab. / maggio 2009)
Politica
Forma di governo Monarchia parlamentare
Capo di Stato re Norodom Sihamoni
Capo di Governo Hun Sen
Indipendenza dalla Francia, 9 novembre 1953
Ingresso nell'ONU 14 dicembre 1955
Superficie
Totale 181,035 km² (96º)
% delle acque 2,5 %
Popolazione
Totale 14.494.293 ab. (stima 2009) (66º)
Densità 74 ab./km²

Il Regno di Cambogia, In seguito alla caduta del prospero Impero khmer, subì per secoli l'influenza politico-militare dei paesi limitrofi, per poi diventare un protettorato francese nel 1863. Ottenuta l'indipendenza nel 1953, la Cambogia attraversò un periodo di instabilità e guerre con il coinvolgimento nel conflitto vietnamita, il colpo di stato di Lon Nol, il regime di terrore degli Khmer Rossi e l'invasione vietnamita. A seguito delle elezioni del 1993, tenute sotto l'egida dell'ONU, è stata promulgata una nuova Costituzione: la Cambogia è attualmente una monarchia parlamentare indipendente basata su un sistema democratico multipartito.

Diario di un insider a Phnom Penh
Salve a tutti, sono Ginevra, ho 28 anni. Sto svolgendo un periodo di 6 mesi di volontariato a Phnom Penh, in Cambogia, nel cuore del Sud-est asiatico, presso una ONG locale che si occupa di trasparenza nelle attività estrattive nel Paese (petrolio, gas e attività minerarie).

Mi trovo di fronte la possibilità di lavorare in un contesto completamente diverso culturalmente dal nostro e questo è motivo per una continua messa in gioco e scoperta dell’altro, delle differenze e delle somiglianze con le quali tutti i giorni ci si trova a fare i conti. Soprattutto, il fatto di trovarsi all’estero, così “distanti” dal nostro confortante confine europeo, dà l’occasione di poter osservare dall’interno situazioni che altrimenti non sarei mai in grado di interpretare, riguardanti la situazione politico-economica, il contesto sociale.

L’occasione per far emergere alcune considerazioni è ahimè stata offerta da un recente fatto, per la Cambogia più propriamente definibile una tragedia, ossia la morte di più di 300 persone in occasione delle celebrazioni del Water Festival a Phnom Penh.

Tragedia al Water Festival di Phnom Penh. Il Water Festival è una festa che si svolge ogni anno in Cambogia in questo periodo da circa 800 anni per celebrare la fine delle stagione delle piogge. A Phnom Penh in questa occasione viene organizzata una folkloristica gara tra barche sul fiume Tonlè Sap (che nella stagione secca diventa immissario del Mekong), evento che attira in città milioni e milioni di persone da tutta la nazione. La gente che vi partecipa e che si ammassa sulla riva del fiume è prevalentemente di fuori Phnom Penh, dalle varie province della Cambogia, mentre gli abitanti della capitale seguono la gara comodamente seduti in poltrona a casa, guardando la tivù. Il giorno dopo, la città, le rive del fiume sono una distesa di immondizie di tutti i generi, ma posso immaginare con segreto piacere anche la gioia, l’entusiasmo, la foga con cui finalmente una volta all’anno i Cambogiani si permettono di fare festa, di fare tardi e magari di non svegliarsi all’alba l’indomani. Anche per loro forse vale il detto “Semel in anno licet insanire”.

Invece quest’anno qualcosa, il 22 novembre scorso, è andato storto anche se ancora non è stato capito con certezza la causa scatenante la disgrazia. Verrebbe da dire, se fosse una manifestazione, un corteo, che c’è scappato il morto. Purtroppo invece di morti ce ne sono scappati anche troppi. Negli anni scorsi qualche vogatore c’aveva rimesso le penne, annegato nelle apparentemente placide acque del Tonlè Sap. Cosa è cambiato a Phnom Penh dagli anni scorsi?

Sono rientrata dalla mia visita nella provincia di Preah Vihear, lungo il confine settentrionale con la Thailandia, solo martedì pomeriggio, il 23. Nel viaggio di ritorno in autobus, appena la copertura della compagnia telefonica me l’ha concesso, ho iniziato a ricevere messaggi di amici cambogiani, allarmati, temevano per la mia incolumità, ignari del fatto che ero fuori città, allora ho iniziato a focalizzare cosa era successo. A mia volta ho chiamato un po’ di amici che invece in città c’erano rimasti appositamente per vedere il water festival, iniziando così a raccogliere informazioni. Infine, ho discusso con un ragazzo cambogiano seduto vicino a me nell’autobus che aveva da poco letto le notizie on-line. Appena a casa, ho chiamato subito un amico fotografo italiano che in questi giorni è qui operativo a PP (Phonom Penh) . Era in ospedale, a raccogliere foto e testimonianze. Raccontava stordito di file e file di cadaveri, imbustati, ordinatamente numerati, lungo i corridoi. Dice che ci sparavano dentro qualche liquido, una qualche sostanza che rallenta la decomposizione dei corpi… quasi tutti erano cambogiani delle province, i loro corpi devono essere messi in una bara e spediti a casa.

Ho inforcato la bicicletta e sono corsa al ponte dove la tragedia si è consumata. Era inavvicinabile. L’accesso con l’auto era interdetto, consentito solo a chi è ospite del mega complesso Nagaworld, hotel di superlusso con vista sul Tonlè Sap. Ma un gran numero di persone continuava a passare per avvicinarsi il più possibile al ponte, per capire, per dare un ultimo saluto. C’era ancora grande sporcizia, immondizie ovunque. Al ponte, uno dei due che collegano PP con la recente isola artificiale Diamond Island (Koh Pich per i cambogiani).
Altre barricate, non ci si poteva avvicinare oltre i venti metri di distanza. Dalle barricate si vedono corone di fiori, incenso che brucia e ancora altre immondizie, ammassate a vestiti, a scarpe, lasciati dalla grande massa soffocante che lì si riversava per poter vedere il passaggio delle barche. Dalla riva, militari, occupati a tenere la gente distante, tanti cambogiani, in osservazione, muta, a guardare e basta. Qualcuno gesticola e spiega cos’è successo a qualcun altro, incredulo, sperduto. Anche se ufficialmente la causa di una tale tragedia ancora non è stata spiegata, è facile invece individuare qualcosa di fuori posto.

Il ponte su cui si è consumato il tutto è stato costruito nell’ultimo anno e collega per l’appunto la città a Diamond Island, un’isola che è gestita interamente a livello privato. Un’incredibile parco giochi, pieno di negozi di giostre di edifici nuovi dall’aspetto così artificiale, che quasi pare la Villa Adriana, con colonnati e grandi fontane. Ma non è un ponte maestoso (diversamente dall’altro invece di collegamento all’isola), è un ponte su cui ci si passa in 4 moto al massimo. L’hanno costruito poco tempo fa, lo usano, bici e moto e basta fondamentalmente. Fatto sta che lunedì sera erano in migliaia su quel ponte, a sgomitare per vedere le barche passare. “È un ponte fantastico”, mi spiegano i miei colleghi a lavoro, ha un certo fascino per chi viene dalle campagne o dalla foresta, è un ponte che rappresenta il nuovo, l’opportunità, ancora, il nuovo.

Fino all’anno scorso, chi si accalcava sulle sponde del fiume, aveva modo comunque di prender una boccata d’aria, la via di fuga c’era, dato che alle proprie spalle c’era tutta la città aperta nei suoi viali. È stato calcolato che su quel ponte lunedì notte c’erano 10-11 persone per ogni metro quadro. Un “sopravvissuto”, che è riuscito a sottrarsi per tempo al massacro e lavora con alcuni di noi volontari, racconta che la gente era così tanto attaccata e stretta che era difficile percepire quando finiva una persona e quando ne iniziava un’altra. Ha ancora forti dolori mentre respira, ma è vivo, questo basta. Anche lui, come tanti altri, che hanno lasciato testimonianze a caldo ai giornali locali, racconta di un fuggi fuggi, di qualcosa che ha spaventato a morte chi stava sul ponte e che ha messo in fuga tutti.

A distanza di ormai 7 giorni non è ancora stato identificato cosa sia stato a far scappare tutti, cosa abbia seminato il panico tra le persone. Da cosa fuggivano? Qui le interpretazioni sono estremamente varie. I superstiti non sono forse completamente affidabili da questo punto di vista. Sul Phnom Penh Post, stampa locale in lingua inglese (la fonte della CNN), viene riportato che la polizia avrebbe usato dei cannoni ad acqua per disperdere la folla, ma con le luci penzolanti del ponte ci sarebbe così stata una ondata di scariche elettriche che ha fulminato i presenti. Allora così si sarebbe spiegato il fuggi fuggi (cosiddetto “stampede”) per scappare, ma la massa delle persone che spingevano per arrivare al ponte era tale che ha schiacciato chi tentava di mettersi in salvo. Alcuni si sono gettati in acqua, forse sono sopravvissuti? L’acqua è bassissima in questo periodo. Altri avrebbero cercato invece di arrampicarsi sui tiranti del ponte. Qualcun altro invece descrive scene simili a quelle dell’ultima tragica love parade. Parrebbe che sia stato chiuso il gate da una parte del ponte, così la gente che continuava ad entrare dall’altra parte avrebbe schiacciato chi già stava sul ponte, a ridosso del cancello. Altri infine raccontano di aver sentito il ponte crollare sotto i loro piedi. Ma il ponte sta ancora lì. Chi è stato all’ospedale ha visto tanti, tanti corpi schiacciati, ma non ha visto morti fulminati. La polizia d’altro canto si è limitata a negare l’utilizzo di cannoni ad acqua. Ma a questo punto la stessa polizia accusa la sicurezza privata dell’isola di essere ricorsa a metodi di dispersione della folla che hanno fatto degenerare la situazione: questa ha replicato di non avere il poter di far applicare la legge quindi non avrebbe mai potuto agire così.

Il primo ministro Hun Sen ha nominato una commissione apposita per capire la natura dell’incidente, all’interno di un video nel cuore della notte di lunedì, annunciando anche per il 25 novembre una giornata di lutto nazionale.



Un elemento che mi ha colpito positivamente in questa storia è stata la prontezza cambogiana: 700 persone tra defunti e feriti sono state divise tra 5 ospedali in città che sono stati al lavoro a pieno regime e con una organizzazione davvero avanzata. Il governo stanzierà circa 1200 dollari per la famiglia di ogni vittima, inoltre si occuperà del rimpatrio delle salme. Anche organizzazioni internazionali (Oxfam, Caritas, Care, Save the Children in prima linea) contribuiranno provvedendo al vitto dei feriti negli ospedali e delle famiglie dei defunti, che al momento devono svolgere il compito del riconoscimento delle salme. Infine anche il partito dell’opposizione Sam Rainsy Party partecipa agli aiuti nonché un altro grande donor della Cambogia, immancabile anche questa volta, la Cina.

Durante la visita al ponte, ho ricevuto un messaggio dal mio gestore telefonico, con un drammatico messaggio. Semplice. Ma forte. Diceva: “Se non riesci a contattare i tuoi parenti dopo la tragedia, chiama questo numero…”. L’ho letto e ho capito che è tutto reale.

La vita a PP continua, con amarezza, ma forse anche con rassegnazione. Per le strade, ieri sera, ovunque bruciano incensi, impiantati nelle banane, assieme ad altre offerte di cibo, per salutare gli spiriti dei fratelli, morti così improvvisamente e in tanto grande numero. Il rispetto per gli spiriti è molto sentito qui, tanto che alcuni amici cambogiani non hanno voluto dormire soli e ci hanno chiesto ospitalità per timore degli spiriti a giro per la città.

Oggi, a distanza di una settimana, ho partecipato a una round discussion sul tema dell’istruzione, un confronto tra Italia e Cambogia, e ancora è emerso il tema del Water Festival, ancora una volta ragazzi cambogiani ci hanno chiesto “cosa ne pensate di quello che è successo?”. Ogni volta mi sento impreparatissima a rispondere. Mi limito ad esprimere il mio dispiacere per l’accaduto, non ho altro da aggiungere, ma già altre volte mi è successo di sentire controrisposte come “Non ci voleva, abbiamo avuto il regime di Pol Pot.. pensavamo che questo fosse sufficiente…” Ancora una volta tante persone in Cambogia hanno avuto i loro morti in famiglia, tanti a PP dicono “eh sì ho perso un cugino un amico, c’ero ma sono scampato in tempo” mi chiedo se ci sarà la possibilità di avere giustizia, se verranno puniti i responsabili. Oppure forse è solo colpa di un nuovo spazio angusto che ha determinato in maniera inevitabile la tragedia. Inevitabile?

venerdì 20 novembre 2009

Sri Lanka Gennaio 2009

Sabato 3 gennaio 2009
Ci siamo un po’ ripresi dall’impatto, come sempre duro, con questo pezzo di oriente che somiglia molto all’India, ma che ha tutta la sua forte identità Eppoi ha anche la sua dura e violenta guerra, tra la sua gente. E’ stato più difficile degli altri anni. Questa terra, di una bellezza indicibile con la sua gente che inganna e sorride, riserva sempre una sorpresa nel suo primo contatto. La bellezza del cielo tropicale non ha niente da invidiare ai nostri scorci stellati mediterranei. Una sua struggente e segreta bellezza, quasi ci conduce a quel punto in “cui l’anima ti muore dentro”.
Abbiamo incontrato Stefano che insieme a noi lavora sul Vacation Center di Unawatuna, una delle 13 spiagge più belle del mondo, oggi devastata sull’altare del turismo, ma che, anch’essa conserva la sua avvolgente bellezza. Il Vacation Center è utilizzato dai bambini e dai ragazzi come doposcuola. L’associazione di Stefano propone e coordina molte attività. Noi abbiamo sostenuto l’acquisto di tavoli, sedie e attrezzatura per le aule didattiche. Ho sentito anche Lorenzo, della casa famiglia di Wahaladuha che accoglie bambine orfane e abusate. Abbiamo sostenuto l’ampliamento delle struttura e sostenuto le attività della vicina Montessori (così chiamano qui le scuole materne; in corso con loro abbiamo anche tre adozioni di bambine ospiti.
Abbiamo visto anche Amal. Con lui abbiamo costruito tre case, per il pescatore, il muratore Bandula e per Niluka che vive con le sue tre sorelle e 11 bambini: anche loro hanno finalmente una vera casa. Andremo a incontrare tutti lunedì e vedremo due famiglie alle quali proveremo a costruire una casa. Non so se riusciremo perché dopo lo tsunami i prezzi sono lievitati e anche la guerra ha fatto aumentare i listini dei generi di prima necessità, come il riso.
Tante storie ancora, le più belle quelle delle famiglie alle quali abbiamo cambiato la vita, con la loro nuova casa, la nuova singer e la luce (sì, l’energia elettrica che prima non avevano). Scriverà di loro dopo la nostra visita di lunedì.
La guerra qui è lontana, anche loro (i cingalesi) la vivono alla televisione. L’evento di ieri è comunque un fatto storico. L’esercito ha preso la capitale delle LTE. Tutti qui li definiscono terroristi, ma a sentire le versioni di Stefano e di Lorenzo, il regime del nuovo presidente, più corrotto degli altri ha deciso di usare la mano pesante e vuole sterminare ogni resistenza dei Tamil e spazzare per sempre le loro rivendicazioni di autonomia. Sono riusciti nell’operazione di propaganda. Infatti qui non si parla di una minoranza che vuole veder riconosciuti i propri diritti e rivendica autonomia per le proprie terre, qui tutti parlano di terroristi. Il regime ha mediaticamente equiparato l’LTE al fornite del terrorismo mondiale e così trova sostegno da parte delle grandi potenze e i diritti umani passano in secondo ordine. E’ vero che in oltre 20 anni di guerra civile i massacri si contano da entrambe le parti. Violenze, uccisioni di massa, campi minati e vittime innocenti, e poi la guerra dei bambini, qui come da nessun’altra parte del mondo utilizzati come soldati (dalle Tigri). I ribelli hanno risposto con due attentati a Colombo. Amal spera che il governo entro 4 mesi metta fine alla guerra sterminando finalmente i ribelli per creare nel paese una situazione favorevole alla ripresa del turismo.

Qui la guerra infuria, e come succede in ogni angolo del globo, chi sta male soffrirà ancora di più. I tamil sono confinati e devastati nella parte orientale e nord-orientale dell’isola. La decisione del governo e della corrotta classe al potere è quella di usare lo stile nazista: distruzione di massa. Bombardamenti a tappeto nelle zone tamil e così hanno preso Kilinochi, capitale dell’inistetistente stato del LTD. I cingalesi, tutti, anche quelli un po’ più normali come Amal, considerano questo un bene per il loro paese, finalmente la guerra cessarà anche se al prezzo della deportazione e dello sterminio dei loro conterranei. Ad essi non vengono riconosciuti gli stessi diritti della maggioranza di etnia sinhala. U n tempo i tamil rappresentano, anche se minoranza della popolazione, la borghesia al servizio della madrepatria britannica, istruiti, scaltri e pronti alla collaborazione e al fare; tutto il contrario dei cingalesi, apatici, svogliati, creduloni e con poca voglia di lavorare. La fine della dominazione coloniale ha consegnato l’isola delle spezie in mano alla maggioranza buddista ed è stato il caos. Le gelosie e le presunte ingiustizie sopportate per anni sono emerse con violenza e con forza, sono iniziati i primi massacri e le prime vendette.
Ecco che si creano le condizioni per la genesi della questione separatista, i tamil chiedono che le loro zone ricevano il riconoscimento dell’autonomia e che qui loro possano amministrare le loro genti con diverse regole e tradizioni, come è nella realtà: sono due popoli diversi, hanno un patrimonio culturale, una lingua molto molto diversa, una religione diversa, ma l’equilbrio non alberga in nessuno dei cuori e trionfano odio e violenza.

Ecco che arriva il paese, questo paese. Ogni angolo del mondo è pieno di amore e di bellezza. Ma nella continua alternanza del giorno e della notte, della luce e del buio, esistono anche i lati oscuri e la malvagità, la povertà e la miseria, materiale e morale. E’ in questo contesto che si inserisce quel sentimento di incertezza e di dubbio. Ma non dubbio come paura e insicurezza, credo, dubbio come il grande ventaglio delle opportunità da scegliere, come il groviglio di possibilità che abbiamo di fronte, dove prima di ogni nostra azione niente è certo e sicuro, solo dopo il gesto o la decisioni arriva una certezza che è quella dell’atto compiuto che può essere giusto, o sbagliato e questo dipende dall’armonia, da quell’equilibrio individuale che può divenire collettivo. Ma insomma il paese, o forse sarebbe meglio parlare del mondo. Ma perché questo paese, per ora questa gente. Per caso o per il nostro karma. Insomma ora siamo qui e le nostre scelte influiscono anche su coloro che ci stanno vicini. Abbiamo il potere spaventoso di cambiare la vita, o meglio di rendere la vita migliore a Bandu o al pescatore, con tutti i rischi annessi e connessi. Possiamo insieme a Lorenzo far sorridere le bambine di Mihiri Gedere ed assicurare loro un futuro è una vita tranquilla.
MG

domenica 18 febbraio 2007

Sri Lanka Marzo 2005

Mihiripenna, 5 marzo 20.47

Sembra davvero incredibile tutto ciò. La realtà che si confonde con il sogno, in una dimensione nuova che è nessuno dei due. Siamo arrivati da poche ore e già questo paese ci ha assalito, con la sua gente, le sue storie, la sua tragedia e la sua semplicità. Semplicità che è la dimensione del quotidiano, qui, ma anche altrove, in una qualsiasi parte del mondo dove un essere umano abbia costruito una casa ed abbia iniziato a fare figli. Sembra di rivedere, quello che volete, uno qualsiasi dei film che vi hanno più appassionato, ed è così che abbiamo visto noi oggi questo nuovo incontro con l’isola delle spezie.

L’incontro forte con Lorenzo e Lucilla, nella loro dimensione sicura e protetta, ma al tempo stesso preoccupata, nella loro grande battaglia con e contro questo strano paese. Molte le sensazioni che le loro parole hanno suscitato, molte le riflessioni.

Però, oggi, prima di loro il forte impatto con lo tsunami, che credo sia la parola più recitata dal 26 dicembre in avanti in questa terra. All’aeroporto i vari procacciatori, immancabili e come sempre incontenibili, ti chiedono: “holiday o tsunami?”. E poi ci mettono sempre “Unawatuna” che anche se completamente distrutta, si porta sempre dietro la fama di una delle 12 spiagge più belle del mondo. Ed è così che riviviamo e vediamo il disastro, ad iniziare dalla immediata periferia di Colombo con le macerie che arrivano fino alla strada e i pezzi di muro singoli, simili a ruderi di torri medievali, resti di improbabili case rimaste in piedi. Le prime preziose informazioni ce le dà Luca, un 19enne tedesco, che vive e lavora qui e che ha vissuto i primi terribili momenti della catastrofe. Ma la dimensione della tragedia si tocca con mano e con gli occhi subito prima di Hikkaduwa. Case sventrate, strade distrutte, binari divelti, interi fabbricati rasi al suolo e l’inizio dei camps, le tendopoli umanitarie per coloro rimasti senza casa, dalle più piccole a quelle enormi anche per 500 famiglie, che ormai da due mesi vivono lì. Ognuna con la sua bella bandierina della nazione che li ha finanziati. Intorno scorazzano bambini sempre pronti al sorriso e al saluto. Inquietante e sinistra la presenza del treno della morte, divenuto tristemente famoso, ancora lì accanto ai binari.

I bambini, ecco lo scopo della vita di Lorenzo e Lucilla. Anche loro con qualche radice elbana. Lorenzo con le molte persone che conosce (addirittura anche di Rio) e Lucilla con una sorella che vive all’Elba e che qui abbiamo conosciuto. La loro bella casa al limitare della giungla, come diceva un rotocalco nei giorni delle tsunami “sulle colline di Galle”, ma soprattutto la loro nuova scuola materna e la loro casa famiglia per 18 bambine. Qui sono sane, felici e sorridenti, non come sono arrivate, spaventate, spaurite, malate e ferite. Lorenzo è estremamente pratico e cinico. 15 anni qui in Sri Lanka quasi una vita ormai dedicata a questo paese e a questa gente. Lo tsunami. Raccontano che hanno vissuto momenti difficili. Qui arrivavano tutti i soccorsi, e i responsabili non sapevano cosa fare, non parlavano la lingua e allora cercavano loro, come chi aveva bisogno di cure e di assistenza: sommersi dall’emergenza, come di solito si dice. Così sono arrivati i primi soccorsi e poi i soccorsi veri. Beni di prima necessità. E poi sono arrivati i soldi, tantissimi e dai canali più disparati, tanto che il governo ha deciso di accentrare tutto e quindi ogni rupia passa dalle mani di Colombo e torna sicuramente sul territorio molto più snella. Poi sono arrivati i soldi dei privati, dei turisti, che sono i fruitori di questa parte del paese. Con i primi denari pubblici si sono cominciati ad assegnare fondi alle famiglie rimaste senza casa e beni, si sono distribuiti pacchetti di beni: così le pentole ad esempio vengono rivendute ed hanno passato già tre o quattro mani, c’è chi ha, in magazzini appositamente costruiti con i soldi della tsunami una scorta da macchine da cucire, uno degli stati symbol di questo paese. Poi il governo ha deciso che non si potrà ricostruire entro i 100 metri dalla costa, ma molti hanno già costruito (soprattutto con i soldi dei turisti) e chi viveva vicino al mare non vuole certo andare a vivere in anonimi condomini di 3 o 4 piani. Quindi il governo darà il contributo per la casa solo a chi la costruisce oltre i 100 metri. E quelle ormai costruite si lasciano. La miglior cosa, dice Lorenzo, è acquistare un terreno e poi privatamente senza contributi tsunami, costruire le case per chi ne ha bisogno; come hanno fatto loro in più occasioni. Tanto i poveri sono sempre poveri, tsunami o non tsunami.

Diventa difficile districarsi in tutte le riflessioni e le questioni poste da Lorenzo e Lucilla. Anche quelle di concetto. Secondo Lorenzo i cingalesi sono completamente inaffidabili (in quindici anni – dice- non ne ho conosciuto uno, specie quelli del sud, meglio il nord ma meglio soprattutto i tamil o i musulmani). Se gli lasciassero in mano la loro casa famiglia sicuramente violenterebbe le loro bambine come già avevano iniziato a fare. Già le loro bambine. Accolgono nella loro casa famiglia bambine che hanno subito abusi sessuali e maltrattamenti. Vivono lì, sicuramente più felici, ma senza una vera famiglia, in questa famiglia allargata con tante sorelle e con una vita in comune fino alla maggiore età. Le adozioni internazionali sono state sospese per le province del sud. Quelle nazionali no, ma ci sono moltissime domande e pochi bambini. Ma come, diciamo noi, è impossibile, finche i bambini sono negli orfanotrofi! E’ vero ma molti di loro conservano ancora un genitore e finché questo va a trovarli una volta all’anno non sono adottabili. Il problema sta proprio nella dimensione culturale di questa società, di un paese oggetto di politiche coloniali, e di comportamenti radicati proprio negli stili di vita. In pratica il ruolo del maschio e quello subordinato della femmina, i maltrattamenti verso i minori con relativi abusi sessuali, molto diffusi tra la popolazione, il tasso di alcolismo elevatissimo tra i maschi (il 65%), il grado di corruzione dei politici al potere. Anche i miliardi di euro piovuti dopo l’acqua assassina dello tsunami sono stati tutti accentrati dal governo ed esiste molta preoccupazione tra le associazioni umanitarie più piccole che vi siano appropriazioni indebite e i soldi non vadano proprio a chi ne ha davvero bisogno.

Qui, nel “nostro” villaggio si sono salvati tutti; anche i turisti inglesi, danesi, israeliani che erano ospiti nelle tre cabanas sul mare si sono salvati, in quel momento hanno perso tutto, erano feriti pieni di sangue dovuto alle escoriazioni, ma hanno salvato la vita. Alcune case del villaggio sono state distrutte, altre, come quella di Prianta, solo danneggiate. I bambini di Prianta si trovavano sul mare in quel momento e sono stati trascinati, insieme a tutto il resto per 400 – 500 metri verso l’interno, si sono miracolosamente salvati, ma non vogliono vivere più vicino al mare. Non lo vogliono più nemmeno vedere il loro mare. Così, come molte altre famiglie “normali” Prianta deve cambiare vita, cercarsi un altro posto dove costruire la sua casa, verso l’interno, e ha trovato, il terreno più la casa costerà circa 4.000 euro (29 pertiche il terreno più la casa con due camere). Strano posto, dicevamo che sembra un sogno, ed anche ora c’è una strana atmosfera: sulla spiaggia non c’è nessuno a differenza delle domeniche in cui vedevano tutte le famiglia locali, e anche molti turisti, ora pochissimi turisti e nessun locale.

Mihiripenna 6 marzo 2005 ore 23.00

E’ vero che è strano. Qui l’incredibile tranquillità della capanna. Lo straordinario rumore del mare, il caldo avvolgente della notte tropicale. Come se le tendopoli della disperazione fossero solo il frutto della nostra fantasia, come se realmente tutte le case distrutte, con tutto quello che lo tsunami ha fatto, non esistessero. Qui niente di tutto ciò sembra passato, la capanna è ancora qui, nonostante la sua distruzione, tutto è uguale anche se profondamente diverso: nel mezzo ci sono le migliaia di morti e disperazione che l’onda assassina ha portato con se. Anche oggi giornata intesa. Siamo andati ad Elpitya, a casa di Harschi. Gli strani rapporti famigliari di questa gente. E così, piano, piano si scopre che Prianta ha tre fratelli. Deepika, il babbo di Harschi, e un altro più piccolo. Ci hanno preparato il pranzo, rice and curry mangiato come loro con le mani. Sempre risuonano le parole di Lorenzo, che mai ci si può fidare. Anche se a noi sembrano strane. Strana notte anche oggi, con la preghiera buddista che risuona nella tranquillità della notte, per ricordare le vittime dello tsunami. Stamani abbiamo portato le medicine al campo ospedale di Unawatuna, dove ci sono gli italiani, tre medici, due donne e un uomo, molto cordiali. Forse dovremo tornarci. Sono arrivati ieri, freschi, freschi. L’incontro con Harschi è stato molto intenso e lei si aspettava di vedere Irene e Fede. E’ stata molto affettuosa e cordiale. Ho avuto un po’ di compassione per la mamma. Molto sacrificata e moto stanca. Ha cucinato per noi, ed ha fatto come di solito si fa in questa cultura, la serva di tutti. C’erano altri bambini ed anche una più grande che è la cugina di Harschi e si chiama Dysni. A malincuore abbiamo lasciato Harschi con la promessa di farla venire in Italia il prossimo anno, con noi quando torneremo dalla vacanza di dicembre. Abbiamo anche deciso di aiutare la famiglia per i suoi studi di inglese, dicono circa 2.000 rupie a settimana circa 8.000 rupie al mese. Il posto dove vivono è molto bello. Tanta agricoltura, riso, tè e cannella. Il profumo ti invade tutti i sensi. Siamo lontani dalla tragedia dello tsunami, ma anche qui conoscono la parola e la ripetono spesso. A malincuore abbiamo lasciato Harschi e la sua famiglia e con il tuk tuk di Prianta siamo andati a Wanchawala. Qui vive la famiglia di Malintha il ragazzo che ha frequentato la scuola media di Marina di Campo fino allo scorso novembre. Anche qui, in collina, lo tsunami non è arrivato. Anche qui colline del tè. Molto bella la casa. Si vede che in dal lavoro in Italia sono riusciti a risparmiare bene ad a farsi una casa come volevano. La mamma di Malintha lavorava dal Fubini, quindi anche lei ha vissuto molto da noi e conosce l’Elba. Tornati verso le otto a Mihiripenna.

Domani parleremo con Stefano di Camaiore, anche da molti anni, credo, qui. Molte cose da fare ancora, persone da incontrare e da rivisitare, dovremo tornare ad Elpitya, alla scuola di Harschi. Come rendersi utili, non sprecare energie e soldi in cose che non servono. Help me if you like, dice Prianta. Ma Ombretta ha qualche dubbio.

Il profumo della cannella invade ogni cosa. Ti entra nelle narici e tu accompagna per qualche chilometro, ti avvolge come un caldo abbraccio materno. Quasi ad invitarti ad entrare nel vero mondo di quest’isola. Qui solo la gente sembra diversa e certe volte ostile. Ma sarà solo una sensazione nostra e o forse solo pura prevenzione. Penso a quello che scriveva Adriana Polveroni, che li, ad Unawatuna, le due donne che la ospitano gratis, pretesero di essere chiamate amma. Ma erano donne. Qui forse è vero il problema sono i maschi, è l’uomo con lo suo bagaglio di contraddizioni e di delusioni, di frustrazioni e di smania di essere sempre all’altezza i un gallismo fuori luogo e fuori tempo.

7 marzo ’05 ore 08.00

Harschi vive proprio nella giungla. Nella sua terra vi sono due case, una dove vivono i nonni e una, che stanno risistemando, dove andrà a vivere Lei con la sua famiglia. Ranga mostra soddisfatto i lavori che stanno facendo e la bella cucina in piastrelle bianche che sta venendo molto diversa da quella vecchia di cui ha conservato le foto. Ha documentato tutti i passaggi dei lavori, orgoglioso della sua nuova casa. La casa si affaccia su di un bel giardino ricco di essenze tropicali e di alberi di mango e di papaia. Il tutto circondato da una piccola piantagione di tè. Più avanti ci si affaccia su un tratto pianeggiante dove coltivano il riso, brown rice, come dicono loro. Qui piove molto e loro si sono abituati a vivere per gran parte dell’anno avvolto dalla coltre di umidità che sale dai campi di riso fino alle collinette del tè. Ranga non ha potuto proseguire gli studi perché l’università, come dice lui for me like a dream, costa troppo e non se la può permettere. Deve trovare un lavoro, qualsiasi, però gli piace lavorare per Deepika, nelle capanne con i turisti, ma è un lavoro che dura solo cinque sei mesi, poi arriva il monsone e i turisti vanno da un’altra parte. Poi quest’anno la stagione è finita appena iniziata con l’arrivo inaspettato e tragico dello tsunami. Ranga ha salvato i due bambini inglesi che dormivano nella nostra capanna portandoli nella casa dove vive Deepika, che è sua zia (sorella di Pianta e di suo padre).

Mihiripenna, 10 marzo ore 9.20

E’ arrivata, improvvisamente, la prima volta, potandosi dietro tutto ciò che ha trovato. Alle 9.00 di quel 26 dicembre il mare era incredibilmente tranquillo, come può essere l’oceano indiano e c’era pochissimo vento. I big-party di natale avevano stancato quasi tutta la gente, tursiti e locali. Verso le 9.15 è arrivata l’acqua, quasi dolcemente. Portando via tavoli, sedie, letti, bungalows, mobili, donne, uomini e bambini. I bambini inglesi che dormivano nella nostra capanna sono arrivati nel soggiorno della casa di Deepika, a quasi 600 metri di distanza, il padre è rimasto incastrato tra le assi della capanna squarciandosi il polpaccio. Appena l’acqua si è ritirata, circa 1 chilometro, scoprendo per la prima volta il fondo del mare tropicale, ha iniziato a camminare sopra l barriera corallina e poi anche oltre, insanguinato e zoppicante, piangendo disperato alla ricerca dei suoi bambini. Amal è corso salvandolo dalla nuova onda che stava arrivato, dopo nemmeno 5 minuti, urlandogli che i bambini erano salvi nella casa oltre la ferrovia. La seconda onda è stata più violenta ed ha finito di distruggere quello rimasto, l’acqua è rimasta per tutta la giornata, innalzando il livello del mare di quasi tre metri. Pensavo, a dicembre, a questo posto come un angolo di paradiso, quasi un sogno da vivere nella dimensione del viaggiare sostenibili.

Mihiripenna, 11 marzo ore 6.30

La signora parla correntemente un buon inglese, un bel vestito rosa, ripulito, ma con i segni della sofferenza, la bambina con due grandi ciuffi che le raccolgono i capelli nerissimi, fermati da un nastro azzurro, con addosso una camicina a righe celesti e un bel vestitino blu, calze binche e scarpe nere lucide. Sono lì, con dignità, a passeggiare vicino alle macerie dell’inferno di Peralya, poco prima di Hikkaduwa, di fronte alla sinistra presenza del treno della morte, con i suoi tre vagoni superstiti (erano dodici in tutto) contorti e schiacciati dall’acqua delle tsunami, rimasti sui binari. Intorno blocchi di cemento, pezzi di binario piegati e strizzati come morbida gomma, cumuli di macerie e spettrali resti di vestiti, scarpe, di ogni cosa che la gente possedeva nelle case, almeno fino a quella mattina del 26 dicembre. La nonna tiene per mano la bambina, quattro anni, che sorride ad ogni mia carezza, e inizia a parlare della sua famiglia e dei suoi morti. Venivamo da Elpitya, una vasta area agricola nell’interno del distretto di Galle, dove una delle scuole ha accolto molti dei bambini che vivevano sulla costa e ci siamo fermati qui con Ranga e Prianta per parlare con i responsabili americani del campo di Peralya, Oscar e Bruce, che accoglie quasi 4.000 famiglie. Ogni tanto, vicino al treno, si formano piccoli gruppetti di gente che iniziano a discutere, a volte anche animatamente, della loro condizione, delle loro richieste e delle loro speranze. Molti hanno i vestiti logori e sporchi, molti bambini giocano sulle macerie di fango sabbia piene di rifiuti di ogni genere, seminudi, ma l’anziana signora e la bambina, si sono preparate meglio che potevano, per presentarsi dignitosamente, ai turisti che si fermano in uno dei punti più significativi dello “tsunami tour”. Tedeschi e americani, si fermano qui accompagnati dagli autisti cingalesi, e mettono in posa bambini sorridenti e donne vedove per una foto di fronte al treno dove sono morte quasi 1.000 persone, la maggior parte bambini. Molti profughi non parlano inglese, ma l’anziana signora ha una buona padronanza della lingua e fra le cose che diligentemente ha sistemato nella sua lucida e consunta borsetta nera porta le foto della figlia e dello sposo nel giorno del loro matrimonio, qualche settimana prima dell’onda che ha sommerso uomini e cose, dei suoi tre nipotini, di suo marito: sono morti tutti in quel treno, e lei con la piccola nipotina rimasta, è qui a vagare ed a chiedere nella speranza di vedere un po’ di luce, prima dell’arrivo del monsone, che sicuramente porterà altra sofferenza e morti nei campi profughi. Questa gente chiede una casa. Sono passati quasi due mesi e mezzo, ma per ora debbono accontentarsi delle tende (quelle della protezione civile italiana sono le migliori) e i più fortunati di piccole casupole di legno. Si lamentano perché hanno ricevuto per ora solo promesse dal governo e dicono che gli aiuti, un po’ di soldi li ricevono solo dai turisti che vengono a fare le foto al treno. La valanga di soldi arrivata per gli aiuti e la ricostruzione è, per ora, ferma a Colombo, il governo ha deciso di accentrare sotto il suo controllo le operazioni della ricostruzione e, considerati i ritmi di questo paese e dell’oriente, forse ci vorrà ancora tempo. A Colombo vogliono controllare anche il volume di aiuti che arriverà nella zona senntrionale e in quella orientale dell’isola, dove vivno i tamil. Infiatti qui la situazione, da quello che ci dicono le poche NGO che sono arrivate lì è ancora più drammatica, cercheranno in questo modo di piegare la resistenza tamil insieme alle rivendicazioni separatisti delle tigri, difficilmente, perché sembra ormai inevitabile la creazione di una zona autonoma: a farne le spese è però la gente più povera e che in questo momento ha bisogno di aiuto. Invece i tempi della ricostruzione degli albergi e dei grandi complessi, delle strutture turistiche dove in qualche modo c’è lo zampino degli occidentli, sono stati rapidissimi, è quasi tutti ricostruito e pronto. Qui il business garantisce una buona capacità di spesa e altri soldi sono arrivati direttamente dai turisti, dagli amici, a volte anche con l’inganno, come nel caso di una raccolta promossa da un hotel per la ricostruzione di una scuola del villaggio, dove la scuola non esiste. Hanno quasi ricostruito tutto fregandosi della legge che il governo ha applicato da subito vietando le costruzioni entro i 100 metri dalla costa. Ma per ora questo vale solo per la famiglie dei pescatori che sono sipravvissutto e che dovranno, se avranno di nuovo la loro casa, spostarsi nell’interno, cambiando abitudini e modi di vita. Ma per ora, a differenza dei turisti che, come sperano molti, inizieranno di nuovo ad arrivare dalla prossima stagione, dovranno acnora aspettare. Forse non aspetteranno tanto tempo i superstiti dell’inferno di Unawatuna (quasi 900 morti), la necessità di appararie e la voglia di aiutare ha spinto il governo giapponese e francese alla realizzazione di un progetto immediato per la costruzione di 400 case, dove sembra, dalle informazioni raccolte sia presente anche il comune di Lucca. Un progetto assurdo che prevedela costruzione di flat building, palazzoni condominiali, che per questa gente si trasformeranno in formi crematori, una struttura cimletamente avulsa dalla storia abitiative dagli usi di questa gente.

Mentre la gente si raduna intorno a noi si capisce che qui hanno bisogno, oltre che di essere aiutiati, di parlare, di raccontare, per scacciare la paura e il terrore rimasti dentro che ha distrutto tutto in pochi econdi. Lasciamo lì, a Peralya, i bamnini che giocano e sorridono, le donne che raccontano e chiedono aiuto piena di fiducia e speranza, e l’anziana signora che ci saluta dicendo fate qualcosa se potete perché noi abbiamo veramente bisogno di aiuto.

Mihiripenna 11 marzo ’05

L’hanno rivoltato come un calzino, in senso positivo, con la decisione che distingue il popolo americano. Erano grandi stanzoni e bui, quelli dell’orfanatrofio di Kitulampitja, che visitammo a dicembre, prima del maremoto. Grande stanze sporche, senza bagni decenti e senza docce, ma con molti bambini, anche piccolissimi, di pochi giorni, che cercavano sempre di incrociare il nostro sguardo con i loro coinvolgenti grandi sorrisi. Oggi le stanze si sono riempite di luce e di colori, decorate con disegni alle pareti, ripulite a nuovo, nuovi bagni funzionanti con le piccole docce per i piccoli ospiti. La Helix Foundation, una NGO statunitense, ha ottenuto uno speciale permesso dal governo di Colombo, starà qui 10 anni a controllare che tutto funzioni nelle tre strutture di Kitulampitja: la Boys Remain Home, la Ruhunu Cinldrens Home e la Senehasa Girls Home. Evidentemente, insieme alla tsunami, hanno giocato anche forti appoggi politici a favore di Daniel e Michelle Curry, i due manager della Helix. Daniel è davvero il prototipo americano del militare buono, ed infatti ha alle spalle molte esperienze, Afganistan, Ruanda, Nicaragua, Botswana e Indonesia, divise tra impegno militare e missioni umanitarie. Ci mostra orgoglioso le modifiche strutturali che hanno apportato in pochissimi giorni all’orfanatrofio, ci accompagna soddisfatto del lavoro compiuto e con lui si può entrare dovunque, in qualsiasi stanza e luogo di quel posto prima vietato e oscuro. La direttrice (Provincial Commissioner) del Probation and Child Care Service per tutte le province del Sud, Amarasiri, unica detentrice fino a poco tempo fa del potere sul personale e sui bambini, si è dovuta piegare al sintetico comando del governo di Colombo, carta bianca alla Helix, e così è stato. Michelle, di orgini messicane, è l’esatto contrario di Daniel, di poche parole e molto riflessiva, composta e dolce nei modi e nelle sguardo, molto giovane. Grazie alla presenza di Lucilla, che già conosceva gli “americani”, spieghiamo a Daniel chi siamo e cosa facciamo, anche se ora, sconvolti dalle case piegate dalle onde e dagli sguardi dei bambini, non lo sappiamo bene nemmeno noi. Appena Daniel sente parlare di volontà di collaborare e cooperation, si alza in piedi, dice ok e ci stringe la mano; poi ci presenta uno ad uno i suoi collaboratori, tutti volontari: lo staff medico della repubblica ceca, gli ingegneri belgi, l’architetto tedesco, e molti americani. In serata fissiamo un appuntamento a Galle con Michelle e appena arriviamo ci consegna tutti i documenti necessari alla nostra cooperation. Il lavoro che si propongono di fare con noi è finalizzato alla ristrutturazione della Boys Remain Home. La visitiamo nel pomeriggio, è un piccolo fabbricato, stile convento con il chiosco interno, situato sulla piccola collinetta sopra la struttura centrale. Appena ci avviciniamo si avverte che qui è tutta un’altra storia, ancora più tragica e drammatica dei bambini senza famiglia. Le finestre sono incorniciate con delle grate in ferro e ogni piccola apertura è chiusa da sbarre. E’ una vera e propria prigione, un detention center per ragazzi dai 5 ai 18 anni. Al momento ci sono circa 40 bambini. Ci affanniamo a chiedere spiegazioni su quali crimini possano aver commesso bambini di 5 anni. Ci viene risposto qualcosa, continuiamo a non comprendere, ma pian piano quella che rifiutavamo come orrida realtà si impone pesante e insopportabile di fronte ai nostri occhi. Il centro serve per detenzione temporanea per ragazzi in attesa di giudizio, e qui vengono trattenuti per 14 giorni. Ma succede, e questa è la regola, che i ragazzi rimangono qui per molti mesi, spesso per molti anni, dimenticati da tutti e da tutto. I bambini qui detenuti, come dice testualmente la relazione della Helix Foundation, hanno commesso piccoli furti e altri reati, insieme a questa categoria sono detenuti ragazzi that have been phisically abused by their parents, che sono stati abusati fisicamente dai genitori e poi abbandonati, omosessuali, che hanno in alcuni casi altri problemi fisici e psicologici, qui sono anche alloggiati, sempre temporaneamente in attesa di una sistemazione definitiva, anche bambini di famiglie povere che non possono provvedere al loro sostentamento e in ultimo anche bambini che hanno perso i loro genitori nella Tsunami. E’ questa la situazione che hanno trovato gli americani. Il personale cingalese impiegato nella grossa struttura ha subito capito che avrebbe perso privilegi e potere con l’arrivo di Daniel e Michelle, potere fatto di furti sui contributi versati e sulle cose che dai privati all’orfanatrofio, di vessazioni sui bambini; così hanno iniziato ad accusare tutto lo staff della Helix di abusare sessualmente dei bambini; tempestivamente Daniel ha fatto installare un circuito di telecamere per la sorveglianza, che hanno regolarmente documentato le violenze e i furti del personale locale qui impiegato. Da quel momento sono cessate le calunnie e le accuse. Se riusciremo insieme a loro potremo, costruendo nuovi alloggi, separare i ragazzi qui relegati perché hanno commesso reati, dagli altri, quelli poveri, rimasti orfani dopo il maremoto, senza genitori, malati e violentati. Nel progetto che propone la Helix ci sono anche le azioni per garantire la necessaria assistenza psicologica ai bambini, l’istruzione e forse una speranza vera per il loro futuro.

Nella babele di immagini che scorrono davanti agli occhi, nel turbinio delle sensazioni che sono esplose nel nostro cuore, restano ora i ricordi di un contatto con la terra e la gente piegata e devastata dallo tsunami. Resta, come dire, la “complicanza” di una realtà articolata, ramificata in mille rivoli e multiforme, che a stento cerchiamo di comprendere e analizzare per poter aiutare chi ha davvero bisogno di aiuto, prima, durante e dopo lo tsunami. Abbiamo conosciuto molte persone di diversa età ed esperienza, provenienti da diversi paesi, che hanno scelto di vivere e lavorare nello Sri Lanka. Abbiamo visto molta gente sbattutta dalle onde dei quel 26 dicembre, che ha perso i propri affetti e la propria casa. Abbiamo visto i villaggi che si trovano a pochi chilometri dalla costa dove uomini, donne e bambini vivono in estrema povertà, indipendentemente dallo tsunami. Abbiamo visto i volti dei pescatori, segnati dal sale dell’oceano, chiedere con speranza di poter tornare a lavorare nel loro mare. E infine abbiamo visto i bambini, quelli che vivono senza affetti e senza genitori, e quelli meno fortunati che vivono relegati dietro le sbarre con l’unica colpa di essere orfani. Ma soprattutto abbiamo toccato con mano le contraddizioni di un paese sommerso dalla montagna di denaro degli aiuti umanitari. Qui donne e bambini vivono duramente ai margini della società. Il 65% degli uomini è alcolizzato e ne fanno le spese proprio loro, picchiati, violentati e abbandonati. Lo sfruttamento si completa quando, all’abbandono, segue la triste sorte della solitudine per le donne e si aprono per i bambini le porte delle Remain Home. Le donne vengono rifiutate dalla società, non trovano più occupazione e sono costrette ai lavori più umili. I bambini vengono chiusi in queste assurde prigioni, dove vengono sfruttati e spesso violentati. Molto spesso gli aiuti che arrivano in soldi e materiali, scompaiono, e vengono spartiti dal personale che lavora in queste strutture. Così è importante controllare ogni rupia che si dona in modo che giunga davvero a chi ne ha bisogno, certo non è facile, ma si deve almeno provare.

Galawatta 2006

9 gennaio Mihiripenna, Sri Lanka

Sono cinque giorni che siamo arrivati, abbiamo già fatto molte cose, ma tante ancora sono da fare; ieri siamo tornati sul Koggale Lake, rischiando di nuovo di pendere il temporale, ma stavolta è andata meglio.

E’ passato un anno dal quel terribile giorno quando l’acqua sommerse ogni cosa e uccise molta gente. Ma, a un anno di distanza, quello che colpisce non è quel ricordo, è come, ancora, la povertà trionfa, indipendentemente dallo tsunami.

Ogni paese che ne è stato colpito ha la sua storia, quest’isola, quasi una goccia che cade dal sub-continente indiano, rappresenta le molte facce della catastrofe, della povertà, della corruzione, delle perversioni del turismo di massa e di alcune positive esperienze di sostenibilità ambientale e sociale.

La casa famiglia Mihiri Gedere (dolce casa), con la quale la nostra associazione ha iniziato a collaborare si è ingrandita, grazie anche al contributo del Comune di Portoferraio; le venti bambine qui ospiti vivono delle spaziose camerate e dispongono di locali dignitosi per mangiare e per studiare; grazie all’ampliamento le più piccole sono state separate dalle più grandi. Lorenzo e Lucilla, padre e madre della casa, ci offrono la loro esperienza in mezzo alle mille difficoltà burocratiche, a persone fidate che divengono infide, alle minacce di cui spesso sono oggetto.

Alla fine il vero problema per questo paese di oltre 20 milioni di abitanti sono le diffuse sacche di povertà e sarebbe importante riuscire, pian piano ad aiutare le famiglie per vivere in una casa dignitosa e garantire ai figli un’istruzione decente. Per fare questo dobbiamo essere presenti sempre sul posto, controllare che ogni minimo passaggio non si perda e che le donazioni arrivino davvero a chi ne ha bisogno. Così hanno fatto Lorenzo e Lucilla scegliendo di vivere qui; molte sono le associazioni, (come loro raccontano) specie in occasione dello tsunami che sono arrivate, dalle più grandi alle più piccole, che hanno mosso enormi masse di denaro, i benefici, però, non sono arrivati a quelli che davvero ne avevano bisogno. I paesi, in Asia, in Africa, nelle zone più povere, sono legati da un filo rosso: ogni cosa è difficile, niente è mai sicuro e anche chi opera nella solidarietà si trova di fronte a situazioni assurde.

Emblematico è il caso dell’orfanatrofio di Kitulampitiya. Lo avevamo visitato prima dello tsunami ed era in condizioni drammatiche, i bambini sporchi e senza assistenza vivevano nel loro infermo quotidiano nella speranza di vedere qualcuno che li visitasse per offrirgli i loro grandi sorrisi. Nient’altro. Rassegnati a questo modo di vivere. Vicino all’orfanatrofio, la Remain Home che accoglie piccoli delinquentelli, ma anche solo semplicemente orfani (questa la loro colpa) parcheggiati li’ -anche anni- in attesa della destinazione finale. Siamo tornati, dopo lo tsunami, a marzo: erano arrivati i soldi e il personale in grado di gestirli, un associazione americana, molto potente con collegamenti diretti al governo, che è riuscita a farsi assegnare la struttura, nonostante il Commissioner fosse il direttore di tutte le province sud del paese. L’orfanatrofio sembrava una scuola modello, tutto cambiato, bagni nuovi, stanze rinnovate, grandi pareti dipinte di fresco con temi fiabeschi, con tantissimo personale dagli architetti agli psicologi che si prendevano cura dei bambini. Dopo qualche mese si è scoperto che il direttore dell’associazione era già stato, in passato, trattenuto dalle autorità per pedofilia, complice sembra sua moglie. Solo un’accusa. Fatto sta che lui è stato espulso dal paese e la moglie è scomparsa, il Commissioner sollevato dall’incarico. Purtroppo tutto è tornato peggio di prima e i bambini versano in condizioni drammatiche. Alla fine sono sempre loro che pagano.

14 gennaio, Mihiripenna, Sri Lanka

Altro tempo che ha scandito la nostra breve permanenza qui. La casa famiglia Mihiri Gedere è il simbolo di un Italia bella e pulita, dell’amicizia e della collaborazione reciproca tra due popoli molto diversi, di come potrebbe essere in futuro il volto ammaliante di questo paese stampato sui sorrisi dei bambini della scuola materna di Lorenzo e Lucilla e sugli “occhi che raccontano” delle bambine della casa famiglia. Si, questo le nuove generazioni potrebbero regalare all’isola asiatica, la forza di risolvere quelle grandi contraddizioni che qui sono presenti, ma soprattutto le enormi sacche di povertà e tutti i piccoli e grandi soprusi che si consumano a partire dal contesto familiare.

Le famiglie che abbiamo adottato avranno la loro nuova casa, la felicità che sprizza dagli occhi delle donne e dei bambini è commovente, la riconoscenza degli uomini mostrata dignitosamente col pudore della povertà consapevole. Nei prossimi giorni visiteremo il villaggio di Pilana, qui, se ci sono le condizioni, inizieremo la collaborazione con l’associazione Home for People for Home; il modello da loro adottato attraverso il microcredito sta dando i suoi buoni frutti in questo villaggio, dove un’intera comunità ha rimesso in moto i rapporti sociali e l’economia.

Ieri è arrivata Harshi, è stata con noi ad Unawatuna, ha cenato con noi e la notte ha dormito con Irene nel piccolo lettino della capanna. Sono entrambe felici di essersi ritrovate, e tutti gli altri bambini, compreso Federico (che è l’unico maschio e soffre spesso di questo sua condizione i mezzo a tutte femmine), sono contagiati dalla presenza di Harshi, serena e altruista come di rado sanno esserlo i bambini occidentali.

Ieri è iniziata la poja; ad ogni luna piena nel paese inizia una grande festa religiosa, e la visita ai templi è un dovere per ogni buddista; peccato che la luna non si è ancora vista, i grandi sconvolgimenti climatici forse iniziano a fare capolino, sono giorni che piove regolarmente durante tutta la giornata ed anche la notte, e il monsone, con la stagione delle piogge per la parte ovest dell’isola, inizia a maggio.

16 gennaio

Oggi dovremmo posare la prima pietra della nostra prima casa. Evento simbolico e sostanziale che ridà la casa ad una famiglia e qualche speranza in più di vivere una vita dignitosa.

Sulla spiaggia, vicino agli scogli, quando l’oceano si infrange sulla tormentata linea di costa, si ergono, spettrali, i pali dei pescatori. Su queste pertiche insicure passano le loro ore a pescare i butter-fish, piccoli pesciolini che poi portano a rivendere ai banchi lungo la strada, un lavoro da 10-20 rupie al giorno. Sono molto folkoristici e fotogenici, appollaiati su quelle strane strutture in legno contorto, quasi simbolo del sacrificio cristiano. Molto appetibili quali soggetti fotografici per il turista, ricordo da portare a casa e mostrare agli amici. Loro stanno bene sul trespolo, è un lavoro come tanti, ciò ci rende sicuri e giustifica lo scatto. A me, invece fanno pensare alla favola del vecchio traghettatore che, quando riesce a consegnare il remo nelle mani del passeggero, quest’ultimo è condannato a traghettare, a sua volta, per tutta la vita. Volentieri anche loro cederebbero il trespolo ai panciuti turisti tedeschi che hanno invaso le spiagge e le guesthouse di Hikkaduwa e Unawatuna, magari anche loro inizierebbero a consumare come noi, a muoversi e a fotografare presunte manifestazioni etniche.

Turisti, consumatori di un prodotto messo sul mercato e modellato secondo le aspirazioni di questa società. Una società piena di contraddizioni e modelli sbagliati. Così con questo turismo arrivano le mega strutture che riempiono di cemento territori incontaminati, proponendo la formula del villaggio con cucina internazionale avulso da tutto quello che c’è intorno. E in quei territori arrivano i problemi della nostre metropoli, violenza, droga e prostituzione. Questo chiede il turista. Cambiano anche gli atteggiamenti nei confronti del turista, ormai visto come una risorsa da spremere e basta, con una capacità di spesa, con stimoli e bisogni diversi e mille volte superiori a quelli dei residenti. All’opposto c’è un altro tipo di turista, quello alternativo, che si adatta ad ogni tipo di sistemazione, o agli ecovillaggi che propongono il modello del turismo sostenibile, inserito nel contesto culturale e sociale dei territori visitati. Messi a confronto non avrei dubbi su quale modello scegliere, ma esiste troppo divario tra i due. Il peso economico del primo è sproporzionato e gli interessi che vi girano intorno azzerano qualsiasi competizione con l’altro.

La via di mezzo, come ci insegna il buon senso, quella da percorrere. Un viaggiatore attento ai luoghi, consapevole del proprio impatto, che sceglie la sostenibilità, non rinunciando ai comfort e i modelli che il mercato propone e impone. Forse un’utopia, perché, quelli del mercato diranno: “la gente vuole questo”, ma solo iniziando a discutere di ciò che vuole la gente possiamo aspirare a mostrare altre vie, rispetto a quelle alla fine imposte dal mercato dell’industria turistica.

Finalmente la luna piena che splende libera nel cielo. Finalmente un’alba da vedere con la luce e i colori del mare tropicale. Una pausa in mezzo a questi giorni di pioggia, quasi il monsone avesse anticipato il suo arrivo di diversi mesi. Sulla costa l’oceano Indiano sbuffa in continuazione, il mare non è mai calmo come nel nostro Mediterraneo. Basta fare qualche metro lasciandosi la spiaggia alla spalle e la vegetazione cresce rigogliosa, avvisando che la giungla è lì a poca distanza. In questo mare e in questa giungla, storie di famiglie e di villaggi poverissimi, testimoni del divario tra ricchi e poveri, anche qui come una forbice sempre più distante. Contraddizioni di questo paese e di questo mondo. Si pone sempre il problema di come aiutare. Essere sempre presenti sul posto, per controllare e monitorare chi si aiuta, favorendo la ripresa economica del nucleo familiare, offrendo risorse e occasioni di lavoro, mai regalando o facendo beneficenza fine a se stessa. La famiglia dovrebbe essere solida e soprattutto il capofamiglia affidabile. Altrimenti gli aiuti si potrebbero trasformare in liquori, bevute e violenze e il sistema si adeguerebbe all’andamento generale. Troppi aiuti risultano controproducenti. Spesso alcune famiglie beneficiarie di aiuti hanno subito violenze e soprusi dagli altri abitanti del villaggio, gelosi e invidiosi di quanto i bianchi stavano facendo per loro, quindi aiuti ma misurati e rapportati alla realtà sociale di quel villaggio e di quel contesto.

Per ora abbiamo visto tre famiglie; con Lorenzo siamo andati a Moragalle, in collina il governo ha assegnato lotti per edificare nuove abitazioni a favore di famiglie povere o “tsunamate”. Terreni sfavorevoli sotto ogni punto di vista, senza strade, elettricità e ogni minimo servizio. Però è così e quindi ognuno deve costruire con le proprie forze, se riesce, la propria casa. La famiglia vive ora in una piccola baracca in legno di 20 metri quadri. Tutto è molto decoroso e il legno esternamente è dipinto di bianco. Il tetto in eternit. Nell’interno piccoli mobili a scatola in legno con tre o quattro giocattoli per i bambini, il letto per tutti e quattro componenti della famiglia e i vestiti appesi alle corde. Gli costruiremo una nuova casa di 38 metri, con circa 3.000 euro. La donna, madre di due bambini, ci ha salutato con grandi sorrisi e si è inchinata, come si fa davanti al buddha ad ognuno noi toccando la terra con le ginocchia e abbassando la testa fino a sfiorarci i piedi.

Le altre famiglie le abbiamo vista con Amal. La prima è in direzione Matara, ma a 5 minuti da Mihiripenna. La capanna in legno con il tetto in foglie di palma insiste su un terreno umido e paludoso. Situazione di gran lunga peggiore. Stessi interni con una cucina esterna con pochi oggetti arrugginiti. I bambini, maschio e femmina sono bellissimi, sorridenti ed espressivi. Qui la casa nuova è già iniziata e sulla base di un calcolo approssimativo potremmo completarla con circa 1.000 euro. Il terreno non è di proprietà, ma Amal ci ha assicurato che l’intervento si può fare.

L’ultima vista ieri è vicinissima alle capanne. A 10 metri dalla ferrovia, ancora più povera, con molte mucche vicino che defecano in continuazione e senza nessuno spazio per giocare. Amal farà il preventivo e poi decideremo. Due bambini maschi, molto belli anch’essi.

Dopo le case, se vi sono le condizioni possiamo far studiare i bambini, una specie di adozione a distanza. La donna dell’ultima famiglia produce piccoli braccialetti artigianali: una possibilità che potremmo cogliere al volo.

16 gennaio

La pioggia ci ha dato solo due giorni di tregua. Ieri, domenica, siamo stati da Lorenzo e Stefano; tramonto stupendo, poi oggi, la mattina sole e cielo sereno, nel pomeriggio è iniziato un temporale monsonico, anche se il monsone arriverà tra qualche mese. “Un tempo così –dice Lorenzo- lo ha fatto undici anni fa.” Loro sono qui da tredici, dopo aver molto viaggiato per il mondo hanno scelto Serendib, l’isola delle pietre preziose, il luogo dove fermarsi. Forse all’inizio da semplici viaggiatori alla ricerca di una meta tropicale dove rifugiarsi dall’incombente insipienza della società occidentale e dal grigiore invernale delle città del nord. Curiosa la loro permanenza elbana, molte persone e luoghi sono rimasti nella loro memoria, molte conoscenze in comune con quest’associazione di elbani “per il mondo”. Ora sono qui nel turistico sud –anche se basta poco per immergersi nei villaggi costieri della giungla dove si respira una altra atmosfera e un’altra natura- dell’isola asiatica: hanno fatto di nuovo la loro scelta, contagiati dai luoghi e dalla gente ed ha preso corpo la loro fantasia modellata con il loro stile, si chiama Mihiri Gedere, dolce casa, direi anche casa della speranza per le 20 bambine ora ospiti. Vengono tutte da storia di violenza e abusi, alcune orfane, qui con “amma” Lucilla hanno ritrovato il sorriso, lo spazio per i lori giochi, la scuola, un posto dove crescere insieme agli altri bambini in una grande famiglia. Le loro due insegnanti sono le fedeli di Lorenzo e Lucilla, la giovanissima Preshani e la più matura Khumudhu. Preshani insegna anche nella scuola materna che è stata inaugurata quest’anno. Scuola con modello Montessori, molto in voga nel paese, riconosciuta dal governo che serve le famiglie dei villaggi vicini. Non delegano a nessuno i loro progetti, seguono tutto direttamente in prima persona. Debbono per forza affidarsi a qualche cingalese, con l’eterna paura di rimanere fregati, cosa che regolarmente accade come con l’ultimo segretario. Abbiamo visto le cinque nuove case che hanno costruito a Panagamuwa e messo a disposizione di famiglie bisognose, ma ne hanno tante altre, famiglie da sistemare. Tutte con indagine sociale già svolta, con verifica sulla affidabilità della famiglia e soprattutto del capofamiglia. Abbiamo così deciso di intervenire su tre famiglie; una delle case è già stata iniziata, ci siamo stati due volte e l’ultima, insieme a loro abbiamo segnato le fondamenta e iniziato lo scavo. La donna, madre di due vispi maschietti, si inchina fino a terra e ci tocca, in segno di devozione, i piedi con le mani. Con la A.M.O., l’associazione di Lorenzo e Lucilla, faremo altri interventi, uno a Pinaduwa (costruzione abitazione per una madre con bambino che ha perso il marito nello tsunami) e una a Panadura, nei pressi di Colombo (sempre madre con bambino poverissimi). Abbiamo rivisto le bambine di Casa Mihiri e Lucilla ci ha lasciato i loro disegni, molti con soggetti ambientali a testimonianza della grande esuberanza della natura dell’isola.

Nel pomeriggio siamo andati a Unawatuna ad incontrare Stefano Benedetti, anima e fondatore della piccola, ma significativa, Home for people for Home. Stefano e Betty, espressioni culturali del movimento alternativo della costa viareggina, da quasi 10 anni hanno frequentano l’isola e dall’impatto con questa terra è nata una piccola guesthouse di 4 camere con ristorante italiano. L’impegno nei confronti della gente si è sviluppato presto e grazie ai contatti in Italia e alle persone che iniziavano a frequentare la guesthouse è nata una rete di collaboratori (tra cui Irene, una giovane e frizzante siciliana che stabilmente lavora per la HXPXH) e sponsor che garantiscono l’attività dell’associazione. L’approccio di Stefano è opposto a quello di Lorenzo e Lucilla. Lui è convinto che i cingalesi o tamil debbono camminare con le proprie gambe e quindi prendere in mano la propria vita e iniziare da soli il recupero e il riscatto. Da questa concezione nascono progetti di microcredito che finanziano le famiglie; quindi la casa, salvo casi eccezionali tipo tsunami (anche perché questo vuol vedere la gente grazie al circo mediatico che si è scatenato sull’evento), non si costruisce come intervento isolato, ma si mette la famiglia nelle condizioni di costruirsela. Questa logica è stata applicata a Pilana, una vasta area della zona interna vicina a Galle, qui nel villaggio di Moragallawatte è iniziata l’esperienza del microcredito. Tramite il collaboratore locale Samantha, sono state avvicinate le prime famiglie del villaggio, sono iniziati gli incontri ed è stato costituito un comitato; questo ha iniziato a discutere regolarmente una volta alla settimana e a definire le esigenze collettive, individuando anche quelle soggettive delle famiglie che iniziavano a proporre progetti da finanziare. Ogni progetto viene valutato dal comitato e approvato, poi sottoposto all’Associazione che decide se finanziarlo o meno. Nel frattempo, tramite conoscenze nel mondo dello sport e dello spettacolo, durante la sua permanenza in Italia (lavora presso un bagno di Viareggio durante l’estate), Stefano è riuscito, attraverso cene e iniziative di beneficenza, a raccogliere circa 50.000 euro che saranno impiegati nel villaggio. Il cantiere è già aperto, verranno realizzati spazi comuni e servizi: una scuola elementare, un consultorio, alcuni laboratori artigianali per tutta la comunità. La costituzione del comitato è risultata strategica per raggiungere gli obiettivi: è stata riconosciuta dagli enti locali ed il comitato ha iniziato a presentarsi a questi chiedendo l’attivazione di servizi, tra cui la viabilità e l’energia elettrica.

L’altro cantiere aperto da Stefano è inserito nel progetto di cooperazione post-tsunami della Regione Toscana. Il progetto regionale è stato suddiviso in diverse azioni, tra cui quelle coordinata dalla provincia di Lucca e di Livorno. Il progetto di Lucca è praticamente stato proposto dal Comune di Viareggio grazie all’idea di Stefano. E’ stato acquisito un terreno e su di esso verrà realizzato un vocation center. Saranno coinvolte le scuole del comprensorio e per i bambini organizzate attività di doposcuola, corsi di inglese, informatica. Per la fascia dei più grandi corsi di avviamento alle diverse professioni. Il tutto seguito da personale locale specializzato e in collaborazione che le sedi universitarie delle province sud (Matara e Kalautara). L’impresario che segue il cantiere di Stefano è lo stesso che utilizza Lorenzo e che costruirà la nostra prima casa; il suo cantiere a Unawatuna per il vocation center è in piena attività e tra un paio di mesi dovrebbe essere chiuso.

L’azione della Provincia di Livorno, quella che ci riguarderebbe più da vicino, sembra per noi poco significativa. E’ stata monopolizzata dalla progettualità di Samarcanda, associazione piombnese che da anni lavora su progetti in Africa. Dopo lo tsunami, in fretta è stato confezionato un progetto sul paese, grazie ai contatti con una delegazione di cingalesi presenti a Piombino. Noi siamo riusciti ad inserire solo l’ampliamento della Casa Famiglia di Lorenzo, potevamo suggerire altri progetti, anche se eravamo giovani e un po’ deboli. In pratica, salvo ulteriori modifiche, il progetto attuale della Provincia di Livorno prevede la costituzione di una cooperativa di pescatori e una di donne artigiane nella zona di Tothamuna e circa un’ora da Matara. In questo caso nessun cantiere è aperto e nessuna iniziativa concreta è ancora partita. Legata alla Provincia di Livorno c’è un’azione complementare, che invece sembra sia partita. E’ quella dell’ANPAS, di Firenze (non capisco perché poi è rifinita nella provincia di Livorno), di questa con i pochi elementi a disposizione e in base a quanto raccolto direttamente a Galle per bocca della coordinatrice, il progetto è concluso, con la creazione di una sorta di consultorio a Hikkaduwa. Anche loro conoscono il progetto su Unawatuna di Stefano e stanno collaborando.

Il villaggio si estende su alcune colline ricche di vegetazione tropicale, coloratissimi pappagalli giocano sulle fronde degli alberi di jack, di cocco e di tek. Le scimmie si ricorrono da una fronda all’altra emettendo suoni di gioia e di meraviglia. Il verde intenso della giungla colpisce come un puffetto sulla guancia mentre si dorme e risveglia alla bellezza ammaliante di questa terra. Così forse ne rimase colpito Marco Polo che la definì “l’isola più bella del mondo” (almeno quello che fino a quel momento si conosceva). Le case si trovano lungo la piccola strada principale in terra rossa, alcune, le altre dal fondo valle salgono le pendici della collina interrompendo di tanto il tanto la fascia continua di verde. Piccole case, in legno, poche in muratura, la maggior parte in argilla. E sono quelle più adatte a questo clima (all’interno della giungla l’umidità arriva fino all’85%), che coinvolgono l’occhio e il cuore immergendoli in un atmosfera da fiaba, fanno pensare nell’immaginario agli stereotipi culturali che abbiamo dell’Africa, dell’America Latina e ovvio dell’Asia. Il colore (e la materia) di cui sono fatte queste piccole case si immerge profondamente nella foresta, garantisce la giusta refrigerazione e protegge dall’aggressiva umidità. La gente tutta sorride e saluta, alcuni piccoli negozi ogni tanto si aprono sulla via insieme a modeste attività artigianali. Sono le microeconomie che attraverso il prestito d’onore sono state attiviate, permettendo alle famiglie di iniziare una vita dignitosa, costruendosi una casa e garantendo ai figli la scuola e magari anche il corso di inglese. Dalla strada principale un piccolo sentiero ci porta sulla cima della collina dove troviamo una piccola e curata casa in argilla. Un piccolo spazio esterno con un pozzo, un’enorme ricchezza per questi luoghi. “Ci hanno lavorato in tre uomini a mano per una settimana”, ci dice Stefano, un’opera straordinaria, un piccolo pozzo di circa trenta metri con due metri circa di diametro, fatto tutto a mano. Qui vive la famiglia di Kumara, il bambino che ha fatto iniziare questa storia. Kumara vive con le due sorelline e il fratellino insieme ad una donna che li ha adottati e presi con sé da quando, piccolissimi hanno assistito all’uccisione della madre. Il padre violento e alcolizzato l’ha uccisa a bastonate davanti agli occhi dei piccoli. Poi Kumara è stato avviato al tempio: qui i bambini poveri vengono abbandonati e fatti vestire da monaci, possono vivere dei sostegni che riceve il tempio, ma sono condannati ad una vita isolata, priva di giochi e di amici, spesso costretti a viveri con monaci anziani, e usati per qualsiasi necessità. E’ in questo tempio che Stefano lo ha conosciuto e ha visto nei suoi occhi birichini e furbetti la voglia di vivere e di giocare. In lui si è accesa una speranza, è scappato dal tempio, ha cercato Stefano, si è ricongiunto ai fratelli nel frattempo adottati dall’affettuosa vecchia che ci ha accolti con baci e sorrisi. Il padre ha fatto solo due anni di carcere, poi è uscito e non può avvicinare i figli per altri tre anni. Dopo non si sa cosa può succedere. Kumara e i fratelli hanno preso confidenza con Stefano e con gli occidentali, toccano, accarezzano, salgono in braccio, giocano. Kumara prende la cinepresa e in poco tempo impara ad usarla, filmando la casa, i vicini e poi, facendosi capire, la vorrebbe in regalo. Dopo il tè salutiamo e i bambini, felici e gioiosi, ci accompagnato fino alla strada. Salutiamo il villaggio delle colline, ringraziandolo di averci regalato un momento magico, di quelli che si ricorderanno per sempre.

18 gennaio

Ieri tramonto tropicale a Unawatuna. La spiaggia, vista dalla linea di costa e placida e morbida. Basta andare lungo la strada che le contraddizioni emergono, confusione, rumore e sporcizia usuali. La strada è una buca continua, la ricostruzione dopo lo tsunami ha riproposto gli stessi modelli e invece di approfittare per fare meglio si è costruito male e peggio di prima. Ma la spiaggia con i colori infuocati del sole che si tuffa nel mare è struggente. Il mare non fa il rumore che conosciamo come a Dalawella, il fragore delle onde chi si infrangono sulla barriera qui non lo senti, quando è calmo, l’oceano, è calmo e basta e qui l’onda arriva dolce senza fragore, sposandosi con la sabbia dorata. Molti turisti, con il modello classico del lettino e dell’ombrellone che conosciamo bene. Tutti i comfort e i servizi per i turisti e davvero qui si può fare una vacanza, spendendo poco o meno rispetto ad altri posti tropicali, e magari anche rilassandosi davvero.

“Many donation” per la scuola di Mihiripenna. Da parte della mamma di Florian e anche da Io. Hanno infatti ristrutturato alcuni locali, rifatto il muro perimetrale, migliorato sostanzialmente le condizione di una scuola che sembrava abbandonata. 250 bambini e bambine. Sui banchi di legno verniciati a grigio i bambini ripetono la lezione. Abbiamo parlato con le insegnanti dei più piccoli (7 anni) e con quelle dei 10 anni, le class teachers, poi con le due insegnanti che conoscono un pò meglio l’inglese Damayanthi e Shirani. Sembrano in gamba e disponibili. Abbiamo improvvisato una lezione in classe, “ my name is” ogni nostro bambino ha scritto il suo nome, appena finito tutti si sono lanciati alla lavagna e hanno scritto i loro nomi, alcuni, essendo il primo anno di inglese e con la paura di sbagliare, facendosi aiutare dai compagni, prima si sono scritti il nome sulla mano ricopiandolo quando poi era il loro turno. L’atmosfera di festa ha contagiato presto tutti e con batti cinque hanno socializzato con i nostri. Lo scorso anno avevamo visitato la stessa scuola, senza bambini e con molte aule che cadevano a pezzi, sembrava una scuola abbandonata, oggi con le donazioni di molti turisti è stata risistemata, anche se ancora molte cose sarebbero da fare. Il caldo diviene presto insopportabile e i nostri bambini, a parte Federico che rimarrebbe qui a giocare all’infinito, si stancano progressivamente. Rimaniamo io e Paola con le insegnanti, ci dicono che alcune cose farebbero proprio comodo alla scuola, come forbici, carta colorata, tavole da appendere per la lettura in inglese, storie e racconti in inglese. Rimaniamo d’accordo che prima di partire, magari insieme, andremo a comprare questi oggetti.

19 gennaio

Di nuovo il tramonto su Unawatuna, ma il ristorante è insipido come gli spaghetti al pomodoro serviti ai bimbi. Il posto è molto bello fino a che non calano le tenebre. Il tramonto accende tutti i colori nella baia tranquilla e il promontorio punteggiato di palme si apre all’oceano, intrepido e misterioso.

Ci si avvicina al rientro a Colombo. Si possono tirare i bilanci e iniziano le sensazioni dovute al ricordo di ciò che è stata questa specie di vacanza; una specie perché sono stato sempre in movimento e abbiamo, credo, investito bene i soldi che la gente ci ha affidato.

Il gruppo dei bambini ha socializzato e giocato bene, Federico, condannato al confronto con le femmine, è stato, credo quello più espressivo e coinvolgente.

Gli adulti. Tra di loro i rapporti sono sempre più complicati dei bambini; ma il gruppo ha retto bene ed è un bel gruppo. Ognuno, ovviamente con il proprio modo di relazionarsi e il proprio atteggiamento. Diversità che è ricchezza nei rapporti umani e in natura.

20 gennaio

Domani lasciamo Serendib. Due costellazioni per niente familiari. Sconosciute e affascinanti, forse il serpente o il drago che si protende di fronte alla capanna nel buio cielo tropicale, le stelle formano una specie di testa aggressiva, sì, forse il drago, con il suo corpo sinuoso disegna due curve armoniose nella notte; l’altra, una figura anch’essa che ricorda il nostro piccolo carro, ma rovesciato, e anch’essa annuncia forme mitologiche che gli antichi avevano immaginato e venerato. Un cielo inconsueto, ammaliante, che vuole farsi scoprire, che accoglie superba e luminosissima la luna. Ma anche qui è diversa. Ora si sta pian piano rimpicciolendo, ma quando è piena qui è giornata di festa, la poya , le scuole e gli uffici sono chiusi e ci si reca al tempio a rendere omaggio e a pregare, tutti vestiti di bianco. Subito dopo la poya, come le altre stelle, diviene per noi sconosciuta e misteriosa, diversa, e inizia a illuminarsi al contrario rispetto al nostro emisfero e nei giorni in cui si sta per spengere assomiglia ad una navicella che galleggia e naviga nell’immensità del creato.

Sotto questo cielo i 20 milioni che vivono a Ceylon conducono la loro vita quotidiana, sempre in continuo movimento sulle strade e sulle colline dell’isola, tutti impegnati nei loro piccoli traffici, e nei loro lavori. Come altrove le contraddizioni del nostro mondo esplodono in mille situazioni. Le storie di ognuno si intrecciano con le altre sulla tela della vita. Questo è il paese di Wimal, che ha scelto di lasciare l’Italia e tornare nella sua terra. Qui è un privilegiato. Un ricco e benestante imprenditore. Conosce molta gente e ha molti amici. Il lavoro in Italia, per oltre 16 anni, gli ha permesso di accumulare un capitale che ora gli consente un agio invidiabile. Ha comprato casa a Colombo, ha sempre la sua casa a Rathgama, vuol costruire un villaggio a Tangalle. Il presidente, che è amico di un suo carissimo amico, gli ha detto che “terra non è problema, si vuoi puoi prendere”. Così prenderà le terre del governo, pagandole pochissimo, per costruire il suo villaggio da vendere ad Eurocamp e Neckermann e ad altri tour operator internazionali che ha conosciuto durante il suo lavoro all’Elba. “Si vuoi terra per costruire case per famiglie povere puoi prendere”. Wimal ci ha invitato all’Unawatuna Beach Resort, lussuoso che accoglie i soliti turisti e che presenta il solito modello di villaggio che si vede ovunque nel mondo. Anche qui a Unawatuna ha molti amici, nei tre container che ha inviato dall’Italia ha portato anche un centinaio di bottiglie di brandy, introvabile qui, così, in parallelo ha invitato anche i suoi amici a bere, cosa molto gradita, in un tavolo a parte; prima di andare via me li presenta, tutti imprenditori di grosse strutture a Unawatuna, cingalesi arricchiti, prepotenti, ma amici di Wimal, “brutta gente” direbbe Lorenzo. Forse lui non è come loro, ma potrebbe, con loro, perdersi. Il fratello di Wimal vive da cinque anni in Giappone a Osaka, è sposato con una giapponese e ha due figli. Parla del Giappone come della terra dei sogni, dell’Eldorado dove guadagnare senza fatica un mare di soldi, un terra in cui ognuno pensa solo a questo, non esiste violenza. Si comporta come il maggiordomo di Wimal, ossequioso e premuroso, fino allo spasimo. Loro mangiano poco e lentamente, Wimal è costantemente in movimento, sempre al telefono. Aprirà, la prossima settimana, un grosso punto vendita per materiale edile. Ha già organizzato il van per noi. Anche lui è figlio di questa terra, anche lui sempre in ritardo. Il tempo qui è diverso, passa, perché succedono tante cose, è inutile fermarlo in un appuntamento, scorre e quindi anche se sempre si arriva tardi non interessa e non importa. Come è diverso questo spaccato del paese dalla famiglie povere che abbiamo visto con Amal, dal villaggio visitato con Stefano, dalle tante esperienze che abbiamo fatto con Lorenzo e Lucilla: storie di povertà, di soprusi e di sopraffazione. Storie comuni anche da noi: quanti casi di famiglie povere, baraccate alle periferie; ma si tratta di gente che cerca una vita migliore nell’occidente benestante (anche se, grazie alla congiuntura internazionale e alla gestione economica italiana stanno aumentando i casi di povertà sommersa, di famiglie che non riescono ad arrivare in fondo al mese e rinunciano anche ai bisogni essenziali), qui il caso è molto più evidente e lungo la costa, nei villaggi, la povertà si percepisce al primo impatto.

Chissà? Potremmo continuare, con una ricchezza in più, il nostro lavoro solidale nell’isola delle spezie.

Stamani diciamo arrivederci a Mihiripenna. Un saluto diverso da quelli del passato, abbiamo continuato a conoscere questa gente, abbiamo conosciuto lo svizzero, l’altro proprietario insieme a Marianne. Galawatta è un po’ più familiare ora, meno misteriosa e forse meno bella. Invece di sicuro è bella la mamma di Harshi; Menika, sempre sorridente e premurosa, sempre gentile, con quegli occhi che raccontano sentimenti di affetto e di amore.

Ma la poesia e l’atmosfera che si è creata intorno alle capanne, testimoni anch’esse dell’onda assassina, la tranquillità sorniona dello scoglio tartaruga, e la serenità che trasmette l’oceano tagliato dalla barriera corallina (e tutto questo è quello che ci ammaliato la prima volta che l’abbiamo visto), forse, sono ormai rare anche in questo angolo dell’Asia tropicale.

Domenica 22 gennaio Isola d’Elba

Così sono i rientri. Il lungo viaggio del sabato. Il tragitto da Mihiripenna a Negombo. Il saluto all’isola attraverso la città più vicina all’aeroporto Bandarainake. Negombo che si affaccia sull’oceano occidentale con la sua straordinaria laguna, ricca da verde e di animali; il suo big market di pesce secco e la gente sulla spiaggia che lo lavora in piccoli pezzi che vengono trasportati in grandi sacchi, tutti gli animali, specie i corvi, rubano incessantemente pezzi di pesce posandosi sulle distese di parti di tonno, di pesce spada e di squalo. Anche le mucche, sulla grande e sporca spiaggia partecipano, quasi a malavoglia, al ghiotto banchetto. Il mercato della frutta, voci, suoni, colori e odori di altri tempi ti prendono per mano e ti portano a passeggio lungo i banchi e le distese di verdure dalle forme inconsuete. Ecco il grande gruppo finisce qui il suo viaggio, prima esperienza comune che nasce dalla voglia di fare, costruire insieme qualcosa. Alla fine una manciata di giorni sull’isola delle spezie, giorni intensi il cui bilancio è in attivo rispetto ai progetti, agli stimoli e alle idee che sono piovuti sulle esperienze di ognuno.

Conserveremo ricordi e sensazioni di una vacanza insieme, i bambini che hanno sperimentato e giocato, e la vita comune di tutti i giorni, tra impegni, profumo di cannella e di altre spezie e pesci multicolori.

Qui l’inverno fa il suo corso. Non è tanto freddo. Gennaio ci sta salutando, ma è inverno, un inverno sull’isola che è diverso da quello nelle città o in continente. E’ inevitabile pensare a quel piccolo pezzo di costa, allo scoglio tartaruga, alla tranquillità che quel luogo esprime. Un ricordo che sta per divenire nostalgico, ma solo per un po’, legato soprattutto alle sensazioni di caldo, di sole e di vacanza; solo per un po’ perché il ponte è stato gettato, su di esso passa ormai una solida strada, che conduce ad Harshi, alla sua famiglia, alle bambine oggi felici di Lorenzo e Lucilla, al villaggio immerso nella giungla di Stefano, alle case che stiamo costruendo e alle donne che potranno lavorare più dignitosamente insieme a noi.