Solo oggi, dopo quasi una settimana dal ritorno dall'India, riesco a trovare un attimo per scriverti e ringraziarti del bellissimo viaggio che ci hai organizzato.
Ho aspettato 5 anni per riuscire a partire con voi del Genio del bosco, ma ne e' valsa la pena aspettare! Tiziana e' stata la guida che desideravo incontrare.
Ci ha preso in carico e ci ha reso, un Paese per noi cosi' difficile da capire, meno contraddittorio e ci ha lasciato con la voglia di provare a saperne di piu' di quel mondo cosi' lontano da noi eppure cosi' affascinante.Grazie ancora e spero di potere presto rivivere con voi un'altra emozionante avventura. A presto.
Alessandra
Luoghi dello spazio e della mente: viaggi tra natura e cultura, tradizioni e popoli, solidarietà, pace e sostenibilità
martedì 1 febbraio 2011
Viaggio in Siria. Una notte al monastero di Mar Musa si lascia il pulmino a 500 mt si prende uno zainetto, la scalinata a piedi è un pò faticosa, l'ambiente è spartano e ci vuole molto spirito di adattamento, ma l'esperienza può essere molto profonda e positiva.
Mar Musa (letteralmente Monastero di San Mosè l'Abissino) è una comunità monastica di rito siriaco-cattolico nei pressi della cittadina di Nabk, a circa 80 kilometri a nord di Damasco, in Siria. Il luogo fu abitato fin dalla preistoria da popolazione che ne sfruttavano i naturali anfratti e la presenza di acqua. In epoca
romana fu abitata da anacoreti che a poco a poco costituirono la prima comunità monastica. La tradizione locale vuole che Mosè l'Abissino, figlio di un re etiope, dopo aver rifiutato di succedergli al trono, preferì la vita eremitica, si sposta in Egitto poi in Terra Santa poi in Siria in una grotta nella valle dove oggi sorge il monastero. Venne ucciso da soldati bizantini. Il corpo del martire venne li portato in patria dai famigliari, solo un pollice venne custodito in Siria. La chiesa principale del monastero possiede preziosi affreschi risalenti all'XI e al XII secolo d.C. La comunità di Deir Mar Musa è stata fondata dal gesuita padre Paolo Dall'Oglio ed ospita aderenti sia di rito cattolico che siro-
ortodosso. È dedicata principalmente al dialogo interreligioso con il
mondo musulmano.
Mar Musa (letteralmente Monastero di San Mosè l'Abissino) è una comunità monastica di rito siriaco-cattolico nei pressi della cittadina di Nabk, a circa 80 kilometri a nord di Damasco, in Siria. Il luogo fu abitato fin dalla preistoria da popolazione che ne sfruttavano i naturali anfratti e la presenza di acqua. In epoca
romana fu abitata da anacoreti che a poco a poco costituirono la prima comunità monastica. La tradizione locale vuole che Mosè l'Abissino, figlio di un re etiope, dopo aver rifiutato di succedergli al trono, preferì la vita eremitica, si sposta in Egitto poi in Terra Santa poi in Siria in una grotta nella valle dove oggi sorge il monastero. Venne ucciso da soldati bizantini. Il corpo del martire venne li portato in patria dai famigliari, solo un pollice venne custodito in Siria. La chiesa principale del monastero possiede preziosi affreschi risalenti all'XI e al XII secolo d.C. La comunità di Deir Mar Musa è stata fondata dal gesuita padre Paolo Dall'Oglio ed ospita aderenti sia di rito cattolico che siro-
ortodosso. È dedicata principalmente al dialogo interreligioso con il
mondo musulmano.
Viaggio in Siria
Impressioni sull'organizzazione del Viaggio in Siria
Ottima organizzazione per quanto riguarda pratiche in aeroporto, spostamenti, schedulazione tappe. L'unico neo è stato il pullmann che avevamo a disposizione, che ha avuto un guasto tra Palmyra e Damasco, facendoci viaggiare per un buon tratto narcotizzati dall'odore del gasolio. Comunque non siamo stati lasciati a piedi o troppo in attesa (anche per la fortunata coincidenza di un altro pullman di turisti italiani nello stesso tragitto e con posti disponibili) e quindi si è trattato di un incidente non troppo penalizzante. Nessun problema con l'autista, mi ha anche chiesto in moglie...
ALBERGHI
La premessa è che non amo i grandi alberghi,preferisco un minor confort ma una posizione centrale e uno stile locale. Quindi Orient House a Hama e Villa Palmyra promossi, Hotel Riga ad Aleppo promosso per l'ottima posizione (splendida veduta dalla terrazza ristorante) e perché comunque rispetta lo standard della sua categoria, mentre il Carlton a Damasco è da bocciare senza appello, perché è lontano dal centro, i servizi sono pessimi (non raggiunge assolutamente la qualità delle 4 stelle, nei bagni mancava addirittura lo spazzolino per il water), è molto rumoroso (su 3 notti, due abbiamo potuto dormire poco per festeggiamenti vari).
RISTORANTI
Come noto, negli alberghi la qualità del cibo non eccelle e nel nostro viaggio non ci sono state eccezioni. La cena all'Orient House non era male, la colazione invece era decisamente scadente. I pranzi nei ristoranti locali invece sono stati una piacevole sorpresa, per la qualità e quantità.
GUIDA
La nostra guida è stata molto valida per quanto concerne l'organizzazione, il disbrigo delle pratiche in aeroporto, la puntualità. Anche il suo italiano era ottimo. Molto didascalico nella presentazione dei monumenti, abbiamo tutti notato una certa mancanza di passione nel suo lavoro. Probabilmente la pratica con un particolare tipo di turista lo ha indotto a credere che avessimo tutti una forte propensione allo shopping. Nel complesso voto sufficiente.
Comunque mi ritengo molto soddisfatta.
Ottima organizzazione per quanto riguarda pratiche in aeroporto, spostamenti, schedulazione tappe. L'unico neo è stato il pullmann che avevamo a disposizione, che ha avuto un guasto tra Palmyra e Damasco, facendoci viaggiare per un buon tratto narcotizzati dall'odore del gasolio. Comunque non siamo stati lasciati a piedi o troppo in attesa (anche per la fortunata coincidenza di un altro pullman di turisti italiani nello stesso tragitto e con posti disponibili) e quindi si è trattato di un incidente non troppo penalizzante. Nessun problema con l'autista, mi ha anche chiesto in moglie...
ALBERGHI
La premessa è che non amo i grandi alberghi,preferisco un minor confort ma una posizione centrale e uno stile locale. Quindi Orient House a Hama e Villa Palmyra promossi, Hotel Riga ad Aleppo promosso per l'ottima posizione (splendida veduta dalla terrazza ristorante) e perché comunque rispetta lo standard della sua categoria, mentre il Carlton a Damasco è da bocciare senza appello, perché è lontano dal centro, i servizi sono pessimi (non raggiunge assolutamente la qualità delle 4 stelle, nei bagni mancava addirittura lo spazzolino per il water), è molto rumoroso (su 3 notti, due abbiamo potuto dormire poco per festeggiamenti vari).
RISTORANTI
Come noto, negli alberghi la qualità del cibo non eccelle e nel nostro viaggio non ci sono state eccezioni. La cena all'Orient House non era male, la colazione invece era decisamente scadente. I pranzi nei ristoranti locali invece sono stati una piacevole sorpresa, per la qualità e quantità.
GUIDA
La nostra guida è stata molto valida per quanto concerne l'organizzazione, il disbrigo delle pratiche in aeroporto, la puntualità. Anche il suo italiano era ottimo. Molto didascalico nella presentazione dei monumenti, abbiamo tutti notato una certa mancanza di passione nel suo lavoro. Probabilmente la pratica con un particolare tipo di turista lo ha indotto a credere che avessimo tutti una forte propensione allo shopping. Nel complesso voto sufficiente.
Comunque mi ritengo molto soddisfatta.
lunedì 31 gennaio 2011
Viaggio Laos Cambogia. Dicembre 2010
Viaggio in Laos Cambogia. Dicembre 2010.
...ieri ho dato un'occhiata veloce alle foto dell'ultimo viaggio e ho trovato che:
a)Sono molto belle
b)Che il ricordo appare più bello di quanto pensassi
c)Rivedendo Luang Prabang mi sono reso conto che l'abbiamo vista non bene.
d)Che nonostante l'itinerario sia migliorabile è stato comunque un bellissimo viaggio.// FA MOLTO PIACERE
e)avrei ancora voglia di ritornare per vedere quello che non si è visto cioè la parte centrale del Laos e la Cambogia da Phonm Phen fino a Sien Reap in verticale(Battabang,Sianuckville ecc.).
f)Turkish airlines è ancora la soluzione migliore per andare in
quei posti.// SI SONO MOLTO MIGLIORATI
g)La Juventus fà veramente pena.Se continua così mi toccherà tifare
per l'Albese./// ANCHE QUESTO MI FA PIACERE
...ieri ho dato un'occhiata veloce alle foto dell'ultimo viaggio e ho trovato che:
a)Sono molto belle
b)Che il ricordo appare più bello di quanto pensassi
c)Rivedendo Luang Prabang mi sono reso conto che l'abbiamo vista non bene.
d)Che nonostante l'itinerario sia migliorabile è stato comunque un bellissimo viaggio.// FA MOLTO PIACERE
e)avrei ancora voglia di ritornare per vedere quello che non si è visto cioè la parte centrale del Laos e la Cambogia da Phonm Phen fino a Sien Reap in verticale(Battabang,Sianuckville ecc.).
f)Turkish airlines è ancora la soluzione migliore per andare in
quei posti.// SI SONO MOLTO MIGLIORATI
g)La Juventus fà veramente pena.Se continua così mi toccherà tifare
per l'Albese./// ANCHE QUESTO MI FA PIACERE
LA BIBLIOTECA VATICANA: UNA STORIA APERTA AL FUTURO,
CONOSCERE LA BIBLIOTECA VATICANA: UNA STORIA APERTA AL FUTURO. Prorogata fino al 13 Marzo l'apertura della straordinaria Biblioteca Vaticana. Un milione e 600mila volumi a stampa, 80mila manoscritti e 100mila unità archivistiche, 8mila400 incunaboli circa, 300mila tra monete e medaglie, 150mila tra stampe, disegni e matrici, oltre 150mila fotografie.Sono solo alcuni dei numeri della storica "Biblioteca dei Papi" che ha riaperto al pubblico il 20 settembre 2010 dopo tre anni di lavori di restauro. Si tratta della prima grande esposizione di manoscritti, codici, disegni, stampe, monete e fotografie custodite presso la Biblioteca Apostolica Vaticana e sino ad ora consultabili solo dagli studiosi accreditati. In mostra opere di Euclide, Virgilio, Sant'Ambrogio, Dante, Petrarca, Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero, Voltaire, Leopardi, Cervantes, Boccaccio, San Benedetto, Santa Scolastica, Michelangelo, Ariosto, Galilei, Cicerone e San Pietro, oltre a un'importantissima rassegna. PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI:
www.josp.com - www.orpnet.org
www.josp.com - www.orpnet.org
Emozioni per il nostro prossimo viaggio in India dal 27 febbraio al 18 marzo. L'India rende omaggio a Gandhi. Nell'anniversario della morte del Mahatma, avvenuta il 30 gennaio del 1948, in tutto il Paese si sono tenute cerimonie per ricordare l'uomo che ha condotto l'India all'indipendenza attraverso un lungo cammino improntato alla non-violenza. Un giorno, il "Martyr Day", dedicato al "padre della
patria", che in India è celebrato come festa nazionale. Il primo ministro Manmohan Singh e il presidente Pratibha Devisingh Patil hanno presenziato alla cerimonia di commemorazione sulla tomba di Gandhi al cimitero Rajghat, a Nuova Delhi.Mohandas Karamchand Gandhi, chiamato "Mahatma" che vuol dire "grande anima", fu assassinato il 30 gennaio del 1948 a Nuova Delhi. Una morte violenta che l'uomo che ha fatto della non-violenza "l'arma" più efficace della resistenza indiana al dominio britannico.
patria", che in India è celebrato come festa nazionale. Il primo ministro Manmohan Singh e il presidente Pratibha Devisingh Patil hanno presenziato alla cerimonia di commemorazione sulla tomba di Gandhi al cimitero Rajghat, a Nuova Delhi.Mohandas Karamchand Gandhi, chiamato "Mahatma" che vuol dire "grande anima", fu assassinato il 30 gennaio del 1948 a Nuova Delhi. Una morte violenta che l'uomo che ha fatto della non-violenza "l'arma" più efficace della resistenza indiana al dominio britannico.
venerdì 28 gennaio 2011
Un nostro viaggiatore in India
Viaggio IndiaNord:Molto bello
Estensione Amritsar:Magnifica e coinvolgente.Ho comprato anche il CD con le litanie Sigh ipnotiche anche se non si capisce una mazza.
Note negative:I due gruppi che dovevano essere teoricamente indipendenti di fatto non lo sono stati.Qualcuno si è lamentato anche se in termini pratici ha ridotto di molto solo la visita di Jaisilmer. Siamo arrivati nella città vecchia che erano quasi le undici:pienone di gente e visita molto superficiale.In compenso anche qualcuno del nostro gruppo si è fatto aspettare per acquisti vari e quindi siamo alla pari. Come al solito qualche caduta di stile negli hotel,qualche lenzuolo sporco,qualche isterismo di troppo.Tutto nella norma compreso il mio personale comportamento: sono stato molto bravo,collaborativo e simpatico. Ma ho fatto molta fatica....
L'autista Sigh che ho ribattezzato "Animale" è stato veramente grande:in un migliaio circa di sorpassi da brivido non ha mai toccato il pulmino. Un vero artista!In compenso ha fatto strizzare di brutto le prime file: "Vitellozzo"al confronto è un tassista di Londra. Alcuni spostamenti sono purtroppo un pò lunghi. Bisognerebbe occuparli con dei piccoli discorsi sull'Induismo,sui Mogul,sulle cose che andiamo vedere:chi partecipa ad un viaggio del genere vuole sapere.Molto carenti da questo punto di vista. Per chi va ad Amritsar ritengo che due viaggi in treno sono troppi. Va molto bene uno ma una tratta si potrebbe fare in auto con pernotto a Chandighar citta moderna disegnata interamente da Le Corbusier,un vero unicum in India e non solo. Il viaggio è stato molto bello e tutto sommato le persone mi sono sembrate contente: quello che si vede in India è così impattante che tutto passa in secondo piano.La sera prima avevi le lenzuola sporche,l'indomani davanti al Taj Mahal dimentichi tutto.....Incredibile India.
Estensione Amritsar:Magnifica e coinvolgente.Ho comprato anche il CD con le litanie Sigh ipnotiche anche se non si capisce una mazza.
Note negative:I due gruppi che dovevano essere teoricamente indipendenti di fatto non lo sono stati.Qualcuno si è lamentato anche se in termini pratici ha ridotto di molto solo la visita di Jaisilmer. Siamo arrivati nella città vecchia che erano quasi le undici:pienone di gente e visita molto superficiale.In compenso anche qualcuno del nostro gruppo si è fatto aspettare per acquisti vari e quindi siamo alla pari. Come al solito qualche caduta di stile negli hotel,qualche lenzuolo sporco,qualche isterismo di troppo.Tutto nella norma compreso il mio personale comportamento: sono stato molto bravo,collaborativo e simpatico. Ma ho fatto molta fatica....
L'autista Sigh che ho ribattezzato "Animale" è stato veramente grande:in un migliaio circa di sorpassi da brivido non ha mai toccato il pulmino. Un vero artista!In compenso ha fatto strizzare di brutto le prime file: "Vitellozzo"al confronto è un tassista di Londra. Alcuni spostamenti sono purtroppo un pò lunghi. Bisognerebbe occuparli con dei piccoli discorsi sull'Induismo,sui Mogul,sulle cose che andiamo vedere:chi partecipa ad un viaggio del genere vuole sapere.Molto carenti da questo punto di vista. Per chi va ad Amritsar ritengo che due viaggi in treno sono troppi. Va molto bene uno ma una tratta si potrebbe fare in auto con pernotto a Chandighar citta moderna disegnata interamente da Le Corbusier,un vero unicum in India e non solo. Il viaggio è stato molto bello e tutto sommato le persone mi sono sembrate contente: quello che si vede in India è così impattante che tutto passa in secondo piano.La sera prima avevi le lenzuola sporche,l'indomani davanti al Taj Mahal dimentichi tutto.....Incredibile India.
giovedì 9 dicembre 2010
Ginevra, una testimone in Cambogia
Ecco un altro prezioso contributo-testimonianza di Ginevra Boatto, giovane padovana, volontaria in Cambogia, che ci regalerà notizie per descriverci i principali aspetti di quel lontano paese e la sua cronaca del suo vivere a Phnom Penh parte da una terribile disgrazia. Una ragazza in gamba, legata da amicizie a Portoferraio e l'Elba e da oggi impegnata anche col Circolo Pertini, che agisce, con spirito di servizio libero, per dare informazioni utili alla conoscenza.
" Ciao a tutti, sono laureata in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali (cioè chimica, fisica, petrografia, biologia e storia dell'arte, archeologia): mi sono occupata di diagnostica per la conservazione e il restauro. Poi però ho conseguito il dottorato alla facoltà di ingegneria, nell'ambito del reverse engineering (ricostruzione virtuale 3D) dei beni culturali, in particolare di reperti antropologici.
Dopo anni e anni immersa nelle nebbie della Val Padana, tra polverosi laboratori e restrittive regole alla vita notturna, ho lasciato la terra natìa per trasferirmi (momentaneamente) nella perla del sud est asiatico. un'esperienza di vita unica, un bagno nelle acque della pazienza, della spiritualità e dell'accoglienza, tra riso ragni e speculazioni sul senso della vita; ma un legame speciale con l'Elba mi riporterà in Italia a primavera".
Cambogia
Dati amministrativi
Nome completo Regno della Cambogia
Nome ufficiale
Preăh Réachéanachâkr Kâmpŭchea
Lingue ufficiali khmer
Capitale Phnom Penh (2.009.264 ab. / maggio 2009)
Politica
Forma di governo Monarchia parlamentare
Capo di Stato re Norodom Sihamoni
Capo di Governo Hun Sen
Indipendenza dalla Francia, 9 novembre 1953
Ingresso nell'ONU 14 dicembre 1955
Superficie
Totale 181,035 km² (96º)
% delle acque 2,5 %
Popolazione
Totale 14.494.293 ab. (stima 2009) (66º)
Densità 74 ab./km²
Il Regno di Cambogia, In seguito alla caduta del prospero Impero khmer, subì per secoli l'influenza politico-militare dei paesi limitrofi, per poi diventare un protettorato francese nel 1863. Ottenuta l'indipendenza nel 1953, la Cambogia attraversò un periodo di instabilità e guerre con il coinvolgimento nel conflitto vietnamita, il colpo di stato di Lon Nol, il regime di terrore degli Khmer Rossi e l'invasione vietnamita. A seguito delle elezioni del 1993, tenute sotto l'egida dell'ONU, è stata promulgata una nuova Costituzione: la Cambogia è attualmente una monarchia parlamentare indipendente basata su un sistema democratico multipartito.
Diario di un insider a Phnom Penh
Salve a tutti, sono Ginevra, ho 28 anni. Sto svolgendo un periodo di 6 mesi di volontariato a Phnom Penh, in Cambogia, nel cuore del Sud-est asiatico, presso una ONG locale che si occupa di trasparenza nelle attività estrattive nel Paese (petrolio, gas e attività minerarie).
Mi trovo di fronte la possibilità di lavorare in un contesto completamente diverso culturalmente dal nostro e questo è motivo per una continua messa in gioco e scoperta dell’altro, delle differenze e delle somiglianze con le quali tutti i giorni ci si trova a fare i conti. Soprattutto, il fatto di trovarsi all’estero, così “distanti” dal nostro confortante confine europeo, dà l’occasione di poter osservare dall’interno situazioni che altrimenti non sarei mai in grado di interpretare, riguardanti la situazione politico-economica, il contesto sociale.
L’occasione per far emergere alcune considerazioni è ahimè stata offerta da un recente fatto, per la Cambogia più propriamente definibile una tragedia, ossia la morte di più di 300 persone in occasione delle celebrazioni del Water Festival a Phnom Penh.
Tragedia al Water Festival di Phnom Penh. Il Water Festival è una festa che si svolge ogni anno in Cambogia in questo periodo da circa 800 anni per celebrare la fine delle stagione delle piogge. A Phnom Penh in questa occasione viene organizzata una folkloristica gara tra barche sul fiume Tonlè Sap (che nella stagione secca diventa immissario del Mekong), evento che attira in città milioni e milioni di persone da tutta la nazione. La gente che vi partecipa e che si ammassa sulla riva del fiume è prevalentemente di fuori Phnom Penh, dalle varie province della Cambogia, mentre gli abitanti della capitale seguono la gara comodamente seduti in poltrona a casa, guardando la tivù. Il giorno dopo, la città, le rive del fiume sono una distesa di immondizie di tutti i generi, ma posso immaginare con segreto piacere anche la gioia, l’entusiasmo, la foga con cui finalmente una volta all’anno i Cambogiani si permettono di fare festa, di fare tardi e magari di non svegliarsi all’alba l’indomani. Anche per loro forse vale il detto “Semel in anno licet insanire”.
Invece quest’anno qualcosa, il 22 novembre scorso, è andato storto anche se ancora non è stato capito con certezza la causa scatenante la disgrazia. Verrebbe da dire, se fosse una manifestazione, un corteo, che c’è scappato il morto. Purtroppo invece di morti ce ne sono scappati anche troppi. Negli anni scorsi qualche vogatore c’aveva rimesso le penne, annegato nelle apparentemente placide acque del Tonlè Sap. Cosa è cambiato a Phnom Penh dagli anni scorsi?
Sono rientrata dalla mia visita nella provincia di Preah Vihear, lungo il confine settentrionale con la Thailandia, solo martedì pomeriggio, il 23. Nel viaggio di ritorno in autobus, appena la copertura della compagnia telefonica me l’ha concesso, ho iniziato a ricevere messaggi di amici cambogiani, allarmati, temevano per la mia incolumità, ignari del fatto che ero fuori città, allora ho iniziato a focalizzare cosa era successo. A mia volta ho chiamato un po’ di amici che invece in città c’erano rimasti appositamente per vedere il water festival, iniziando così a raccogliere informazioni. Infine, ho discusso con un ragazzo cambogiano seduto vicino a me nell’autobus che aveva da poco letto le notizie on-line. Appena a casa, ho chiamato subito un amico fotografo italiano che in questi giorni è qui operativo a PP (Phonom Penh) . Era in ospedale, a raccogliere foto e testimonianze. Raccontava stordito di file e file di cadaveri, imbustati, ordinatamente numerati, lungo i corridoi. Dice che ci sparavano dentro qualche liquido, una qualche sostanza che rallenta la decomposizione dei corpi… quasi tutti erano cambogiani delle province, i loro corpi devono essere messi in una bara e spediti a casa.
Ho inforcato la bicicletta e sono corsa al ponte dove la tragedia si è consumata. Era inavvicinabile. L’accesso con l’auto era interdetto, consentito solo a chi è ospite del mega complesso Nagaworld, hotel di superlusso con vista sul Tonlè Sap. Ma un gran numero di persone continuava a passare per avvicinarsi il più possibile al ponte, per capire, per dare un ultimo saluto. C’era ancora grande sporcizia, immondizie ovunque. Al ponte, uno dei due che collegano PP con la recente isola artificiale Diamond Island (Koh Pich per i cambogiani).
Altre barricate, non ci si poteva avvicinare oltre i venti metri di distanza. Dalle barricate si vedono corone di fiori, incenso che brucia e ancora altre immondizie, ammassate a vestiti, a scarpe, lasciati dalla grande massa soffocante che lì si riversava per poter vedere il passaggio delle barche. Dalla riva, militari, occupati a tenere la gente distante, tanti cambogiani, in osservazione, muta, a guardare e basta. Qualcuno gesticola e spiega cos’è successo a qualcun altro, incredulo, sperduto. Anche se ufficialmente la causa di una tale tragedia ancora non è stata spiegata, è facile invece individuare qualcosa di fuori posto.
Il ponte su cui si è consumato il tutto è stato costruito nell’ultimo anno e collega per l’appunto la città a Diamond Island, un’isola che è gestita interamente a livello privato. Un’incredibile parco giochi, pieno di negozi di giostre di edifici nuovi dall’aspetto così artificiale, che quasi pare la Villa Adriana, con colonnati e grandi fontane. Ma non è un ponte maestoso (diversamente dall’altro invece di collegamento all’isola), è un ponte su cui ci si passa in 4 moto al massimo. L’hanno costruito poco tempo fa, lo usano, bici e moto e basta fondamentalmente. Fatto sta che lunedì sera erano in migliaia su quel ponte, a sgomitare per vedere le barche passare. “È un ponte fantastico”, mi spiegano i miei colleghi a lavoro, ha un certo fascino per chi viene dalle campagne o dalla foresta, è un ponte che rappresenta il nuovo, l’opportunità, ancora, il nuovo.
Fino all’anno scorso, chi si accalcava sulle sponde del fiume, aveva modo comunque di prender una boccata d’aria, la via di fuga c’era, dato che alle proprie spalle c’era tutta la città aperta nei suoi viali. È stato calcolato che su quel ponte lunedì notte c’erano 10-11 persone per ogni metro quadro. Un “sopravvissuto”, che è riuscito a sottrarsi per tempo al massacro e lavora con alcuni di noi volontari, racconta che la gente era così tanto attaccata e stretta che era difficile percepire quando finiva una persona e quando ne iniziava un’altra. Ha ancora forti dolori mentre respira, ma è vivo, questo basta. Anche lui, come tanti altri, che hanno lasciato testimonianze a caldo ai giornali locali, racconta di un fuggi fuggi, di qualcosa che ha spaventato a morte chi stava sul ponte e che ha messo in fuga tutti.
A distanza di ormai 7 giorni non è ancora stato identificato cosa sia stato a far scappare tutti, cosa abbia seminato il panico tra le persone. Da cosa fuggivano? Qui le interpretazioni sono estremamente varie. I superstiti non sono forse completamente affidabili da questo punto di vista. Sul Phnom Penh Post, stampa locale in lingua inglese (la fonte della CNN), viene riportato che la polizia avrebbe usato dei cannoni ad acqua per disperdere la folla, ma con le luci penzolanti del ponte ci sarebbe così stata una ondata di scariche elettriche che ha fulminato i presenti. Allora così si sarebbe spiegato il fuggi fuggi (cosiddetto “stampede”) per scappare, ma la massa delle persone che spingevano per arrivare al ponte era tale che ha schiacciato chi tentava di mettersi in salvo. Alcuni si sono gettati in acqua, forse sono sopravvissuti? L’acqua è bassissima in questo periodo. Altri avrebbero cercato invece di arrampicarsi sui tiranti del ponte. Qualcun altro invece descrive scene simili a quelle dell’ultima tragica love parade. Parrebbe che sia stato chiuso il gate da una parte del ponte, così la gente che continuava ad entrare dall’altra parte avrebbe schiacciato chi già stava sul ponte, a ridosso del cancello. Altri infine raccontano di aver sentito il ponte crollare sotto i loro piedi. Ma il ponte sta ancora lì. Chi è stato all’ospedale ha visto tanti, tanti corpi schiacciati, ma non ha visto morti fulminati. La polizia d’altro canto si è limitata a negare l’utilizzo di cannoni ad acqua. Ma a questo punto la stessa polizia accusa la sicurezza privata dell’isola di essere ricorsa a metodi di dispersione della folla che hanno fatto degenerare la situazione: questa ha replicato di non avere il poter di far applicare la legge quindi non avrebbe mai potuto agire così.
Il primo ministro Hun Sen ha nominato una commissione apposita per capire la natura dell’incidente, all’interno di un video nel cuore della notte di lunedì, annunciando anche per il 25 novembre una giornata di lutto nazionale.
Un elemento che mi ha colpito positivamente in questa storia è stata la prontezza cambogiana: 700 persone tra defunti e feriti sono state divise tra 5 ospedali in città che sono stati al lavoro a pieno regime e con una organizzazione davvero avanzata. Il governo stanzierà circa 1200 dollari per la famiglia di ogni vittima, inoltre si occuperà del rimpatrio delle salme. Anche organizzazioni internazionali (Oxfam, Caritas, Care, Save the Children in prima linea) contribuiranno provvedendo al vitto dei feriti negli ospedali e delle famiglie dei defunti, che al momento devono svolgere il compito del riconoscimento delle salme. Infine anche il partito dell’opposizione Sam Rainsy Party partecipa agli aiuti nonché un altro grande donor della Cambogia, immancabile anche questa volta, la Cina.
Durante la visita al ponte, ho ricevuto un messaggio dal mio gestore telefonico, con un drammatico messaggio. Semplice. Ma forte. Diceva: “Se non riesci a contattare i tuoi parenti dopo la tragedia, chiama questo numero…”. L’ho letto e ho capito che è tutto reale.
La vita a PP continua, con amarezza, ma forse anche con rassegnazione. Per le strade, ieri sera, ovunque bruciano incensi, impiantati nelle banane, assieme ad altre offerte di cibo, per salutare gli spiriti dei fratelli, morti così improvvisamente e in tanto grande numero. Il rispetto per gli spiriti è molto sentito qui, tanto che alcuni amici cambogiani non hanno voluto dormire soli e ci hanno chiesto ospitalità per timore degli spiriti a giro per la città.
Oggi, a distanza di una settimana, ho partecipato a una round discussion sul tema dell’istruzione, un confronto tra Italia e Cambogia, e ancora è emerso il tema del Water Festival, ancora una volta ragazzi cambogiani ci hanno chiesto “cosa ne pensate di quello che è successo?”. Ogni volta mi sento impreparatissima a rispondere. Mi limito ad esprimere il mio dispiacere per l’accaduto, non ho altro da aggiungere, ma già altre volte mi è successo di sentire controrisposte come “Non ci voleva, abbiamo avuto il regime di Pol Pot.. pensavamo che questo fosse sufficiente…” Ancora una volta tante persone in Cambogia hanno avuto i loro morti in famiglia, tanti a PP dicono “eh sì ho perso un cugino un amico, c’ero ma sono scampato in tempo” mi chiedo se ci sarà la possibilità di avere giustizia, se verranno puniti i responsabili. Oppure forse è solo colpa di un nuovo spazio angusto che ha determinato in maniera inevitabile la tragedia. Inevitabile?
" Ciao a tutti, sono laureata in Scienze e Tecnologie per i Beni Culturali (cioè chimica, fisica, petrografia, biologia e storia dell'arte, archeologia): mi sono occupata di diagnostica per la conservazione e il restauro. Poi però ho conseguito il dottorato alla facoltà di ingegneria, nell'ambito del reverse engineering (ricostruzione virtuale 3D) dei beni culturali, in particolare di reperti antropologici.
Dopo anni e anni immersa nelle nebbie della Val Padana, tra polverosi laboratori e restrittive regole alla vita notturna, ho lasciato la terra natìa per trasferirmi (momentaneamente) nella perla del sud est asiatico. un'esperienza di vita unica, un bagno nelle acque della pazienza, della spiritualità e dell'accoglienza, tra riso ragni e speculazioni sul senso della vita; ma un legame speciale con l'Elba mi riporterà in Italia a primavera".
Cambogia
Dati amministrativi
Nome completo Regno della Cambogia
Nome ufficiale
Preăh Réachéanachâkr Kâmpŭchea
Lingue ufficiali khmer
Capitale Phnom Penh (2.009.264 ab. / maggio 2009)
Politica
Forma di governo Monarchia parlamentare
Capo di Stato re Norodom Sihamoni
Capo di Governo Hun Sen
Indipendenza dalla Francia, 9 novembre 1953
Ingresso nell'ONU 14 dicembre 1955
Superficie
Totale 181,035 km² (96º)
% delle acque 2,5 %
Popolazione
Totale 14.494.293 ab. (stima 2009) (66º)
Densità 74 ab./km²
Il Regno di Cambogia, In seguito alla caduta del prospero Impero khmer, subì per secoli l'influenza politico-militare dei paesi limitrofi, per poi diventare un protettorato francese nel 1863. Ottenuta l'indipendenza nel 1953, la Cambogia attraversò un periodo di instabilità e guerre con il coinvolgimento nel conflitto vietnamita, il colpo di stato di Lon Nol, il regime di terrore degli Khmer Rossi e l'invasione vietnamita. A seguito delle elezioni del 1993, tenute sotto l'egida dell'ONU, è stata promulgata una nuova Costituzione: la Cambogia è attualmente una monarchia parlamentare indipendente basata su un sistema democratico multipartito.
Diario di un insider a Phnom Penh
Salve a tutti, sono Ginevra, ho 28 anni. Sto svolgendo un periodo di 6 mesi di volontariato a Phnom Penh, in Cambogia, nel cuore del Sud-est asiatico, presso una ONG locale che si occupa di trasparenza nelle attività estrattive nel Paese (petrolio, gas e attività minerarie).
Mi trovo di fronte la possibilità di lavorare in un contesto completamente diverso culturalmente dal nostro e questo è motivo per una continua messa in gioco e scoperta dell’altro, delle differenze e delle somiglianze con le quali tutti i giorni ci si trova a fare i conti. Soprattutto, il fatto di trovarsi all’estero, così “distanti” dal nostro confortante confine europeo, dà l’occasione di poter osservare dall’interno situazioni che altrimenti non sarei mai in grado di interpretare, riguardanti la situazione politico-economica, il contesto sociale.
L’occasione per far emergere alcune considerazioni è ahimè stata offerta da un recente fatto, per la Cambogia più propriamente definibile una tragedia, ossia la morte di più di 300 persone in occasione delle celebrazioni del Water Festival a Phnom Penh.
Tragedia al Water Festival di Phnom Penh. Il Water Festival è una festa che si svolge ogni anno in Cambogia in questo periodo da circa 800 anni per celebrare la fine delle stagione delle piogge. A Phnom Penh in questa occasione viene organizzata una folkloristica gara tra barche sul fiume Tonlè Sap (che nella stagione secca diventa immissario del Mekong), evento che attira in città milioni e milioni di persone da tutta la nazione. La gente che vi partecipa e che si ammassa sulla riva del fiume è prevalentemente di fuori Phnom Penh, dalle varie province della Cambogia, mentre gli abitanti della capitale seguono la gara comodamente seduti in poltrona a casa, guardando la tivù. Il giorno dopo, la città, le rive del fiume sono una distesa di immondizie di tutti i generi, ma posso immaginare con segreto piacere anche la gioia, l’entusiasmo, la foga con cui finalmente una volta all’anno i Cambogiani si permettono di fare festa, di fare tardi e magari di non svegliarsi all’alba l’indomani. Anche per loro forse vale il detto “Semel in anno licet insanire”.
Invece quest’anno qualcosa, il 22 novembre scorso, è andato storto anche se ancora non è stato capito con certezza la causa scatenante la disgrazia. Verrebbe da dire, se fosse una manifestazione, un corteo, che c’è scappato il morto. Purtroppo invece di morti ce ne sono scappati anche troppi. Negli anni scorsi qualche vogatore c’aveva rimesso le penne, annegato nelle apparentemente placide acque del Tonlè Sap. Cosa è cambiato a Phnom Penh dagli anni scorsi?
Sono rientrata dalla mia visita nella provincia di Preah Vihear, lungo il confine settentrionale con la Thailandia, solo martedì pomeriggio, il 23. Nel viaggio di ritorno in autobus, appena la copertura della compagnia telefonica me l’ha concesso, ho iniziato a ricevere messaggi di amici cambogiani, allarmati, temevano per la mia incolumità, ignari del fatto che ero fuori città, allora ho iniziato a focalizzare cosa era successo. A mia volta ho chiamato un po’ di amici che invece in città c’erano rimasti appositamente per vedere il water festival, iniziando così a raccogliere informazioni. Infine, ho discusso con un ragazzo cambogiano seduto vicino a me nell’autobus che aveva da poco letto le notizie on-line. Appena a casa, ho chiamato subito un amico fotografo italiano che in questi giorni è qui operativo a PP (Phonom Penh) . Era in ospedale, a raccogliere foto e testimonianze. Raccontava stordito di file e file di cadaveri, imbustati, ordinatamente numerati, lungo i corridoi. Dice che ci sparavano dentro qualche liquido, una qualche sostanza che rallenta la decomposizione dei corpi… quasi tutti erano cambogiani delle province, i loro corpi devono essere messi in una bara e spediti a casa.
Ho inforcato la bicicletta e sono corsa al ponte dove la tragedia si è consumata. Era inavvicinabile. L’accesso con l’auto era interdetto, consentito solo a chi è ospite del mega complesso Nagaworld, hotel di superlusso con vista sul Tonlè Sap. Ma un gran numero di persone continuava a passare per avvicinarsi il più possibile al ponte, per capire, per dare un ultimo saluto. C’era ancora grande sporcizia, immondizie ovunque. Al ponte, uno dei due che collegano PP con la recente isola artificiale Diamond Island (Koh Pich per i cambogiani).
Altre barricate, non ci si poteva avvicinare oltre i venti metri di distanza. Dalle barricate si vedono corone di fiori, incenso che brucia e ancora altre immondizie, ammassate a vestiti, a scarpe, lasciati dalla grande massa soffocante che lì si riversava per poter vedere il passaggio delle barche. Dalla riva, militari, occupati a tenere la gente distante, tanti cambogiani, in osservazione, muta, a guardare e basta. Qualcuno gesticola e spiega cos’è successo a qualcun altro, incredulo, sperduto. Anche se ufficialmente la causa di una tale tragedia ancora non è stata spiegata, è facile invece individuare qualcosa di fuori posto.
Il ponte su cui si è consumato il tutto è stato costruito nell’ultimo anno e collega per l’appunto la città a Diamond Island, un’isola che è gestita interamente a livello privato. Un’incredibile parco giochi, pieno di negozi di giostre di edifici nuovi dall’aspetto così artificiale, che quasi pare la Villa Adriana, con colonnati e grandi fontane. Ma non è un ponte maestoso (diversamente dall’altro invece di collegamento all’isola), è un ponte su cui ci si passa in 4 moto al massimo. L’hanno costruito poco tempo fa, lo usano, bici e moto e basta fondamentalmente. Fatto sta che lunedì sera erano in migliaia su quel ponte, a sgomitare per vedere le barche passare. “È un ponte fantastico”, mi spiegano i miei colleghi a lavoro, ha un certo fascino per chi viene dalle campagne o dalla foresta, è un ponte che rappresenta il nuovo, l’opportunità, ancora, il nuovo.
Fino all’anno scorso, chi si accalcava sulle sponde del fiume, aveva modo comunque di prender una boccata d’aria, la via di fuga c’era, dato che alle proprie spalle c’era tutta la città aperta nei suoi viali. È stato calcolato che su quel ponte lunedì notte c’erano 10-11 persone per ogni metro quadro. Un “sopravvissuto”, che è riuscito a sottrarsi per tempo al massacro e lavora con alcuni di noi volontari, racconta che la gente era così tanto attaccata e stretta che era difficile percepire quando finiva una persona e quando ne iniziava un’altra. Ha ancora forti dolori mentre respira, ma è vivo, questo basta. Anche lui, come tanti altri, che hanno lasciato testimonianze a caldo ai giornali locali, racconta di un fuggi fuggi, di qualcosa che ha spaventato a morte chi stava sul ponte e che ha messo in fuga tutti.
A distanza di ormai 7 giorni non è ancora stato identificato cosa sia stato a far scappare tutti, cosa abbia seminato il panico tra le persone. Da cosa fuggivano? Qui le interpretazioni sono estremamente varie. I superstiti non sono forse completamente affidabili da questo punto di vista. Sul Phnom Penh Post, stampa locale in lingua inglese (la fonte della CNN), viene riportato che la polizia avrebbe usato dei cannoni ad acqua per disperdere la folla, ma con le luci penzolanti del ponte ci sarebbe così stata una ondata di scariche elettriche che ha fulminato i presenti. Allora così si sarebbe spiegato il fuggi fuggi (cosiddetto “stampede”) per scappare, ma la massa delle persone che spingevano per arrivare al ponte era tale che ha schiacciato chi tentava di mettersi in salvo. Alcuni si sono gettati in acqua, forse sono sopravvissuti? L’acqua è bassissima in questo periodo. Altri avrebbero cercato invece di arrampicarsi sui tiranti del ponte. Qualcun altro invece descrive scene simili a quelle dell’ultima tragica love parade. Parrebbe che sia stato chiuso il gate da una parte del ponte, così la gente che continuava ad entrare dall’altra parte avrebbe schiacciato chi già stava sul ponte, a ridosso del cancello. Altri infine raccontano di aver sentito il ponte crollare sotto i loro piedi. Ma il ponte sta ancora lì. Chi è stato all’ospedale ha visto tanti, tanti corpi schiacciati, ma non ha visto morti fulminati. La polizia d’altro canto si è limitata a negare l’utilizzo di cannoni ad acqua. Ma a questo punto la stessa polizia accusa la sicurezza privata dell’isola di essere ricorsa a metodi di dispersione della folla che hanno fatto degenerare la situazione: questa ha replicato di non avere il poter di far applicare la legge quindi non avrebbe mai potuto agire così.
Il primo ministro Hun Sen ha nominato una commissione apposita per capire la natura dell’incidente, all’interno di un video nel cuore della notte di lunedì, annunciando anche per il 25 novembre una giornata di lutto nazionale.
Un elemento che mi ha colpito positivamente in questa storia è stata la prontezza cambogiana: 700 persone tra defunti e feriti sono state divise tra 5 ospedali in città che sono stati al lavoro a pieno regime e con una organizzazione davvero avanzata. Il governo stanzierà circa 1200 dollari per la famiglia di ogni vittima, inoltre si occuperà del rimpatrio delle salme. Anche organizzazioni internazionali (Oxfam, Caritas, Care, Save the Children in prima linea) contribuiranno provvedendo al vitto dei feriti negli ospedali e delle famiglie dei defunti, che al momento devono svolgere il compito del riconoscimento delle salme. Infine anche il partito dell’opposizione Sam Rainsy Party partecipa agli aiuti nonché un altro grande donor della Cambogia, immancabile anche questa volta, la Cina.
Durante la visita al ponte, ho ricevuto un messaggio dal mio gestore telefonico, con un drammatico messaggio. Semplice. Ma forte. Diceva: “Se non riesci a contattare i tuoi parenti dopo la tragedia, chiama questo numero…”. L’ho letto e ho capito che è tutto reale.
La vita a PP continua, con amarezza, ma forse anche con rassegnazione. Per le strade, ieri sera, ovunque bruciano incensi, impiantati nelle banane, assieme ad altre offerte di cibo, per salutare gli spiriti dei fratelli, morti così improvvisamente e in tanto grande numero. Il rispetto per gli spiriti è molto sentito qui, tanto che alcuni amici cambogiani non hanno voluto dormire soli e ci hanno chiesto ospitalità per timore degli spiriti a giro per la città.
Oggi, a distanza di una settimana, ho partecipato a una round discussion sul tema dell’istruzione, un confronto tra Italia e Cambogia, e ancora è emerso il tema del Water Festival, ancora una volta ragazzi cambogiani ci hanno chiesto “cosa ne pensate di quello che è successo?”. Ogni volta mi sento impreparatissima a rispondere. Mi limito ad esprimere il mio dispiacere per l’accaduto, non ho altro da aggiungere, ma già altre volte mi è successo di sentire controrisposte come “Non ci voleva, abbiamo avuto il regime di Pol Pot.. pensavamo che questo fosse sufficiente…” Ancora una volta tante persone in Cambogia hanno avuto i loro morti in famiglia, tanti a PP dicono “eh sì ho perso un cugino un amico, c’ero ma sono scampato in tempo” mi chiedo se ci sarà la possibilità di avere giustizia, se verranno puniti i responsabili. Oppure forse è solo colpa di un nuovo spazio angusto che ha determinato in maniera inevitabile la tragedia. Inevitabile?
venerdì 26 novembre 2010
Viaggio nell'India sacra
Viaggio India Sud. Nella terra del tè, dei massaggi rilassanti e del cardamamomo. Dalla Valle dei Rododendri al palazzo nobiliare di Travancore Heritage, dalla Venezie dell'Est alla città Regina del Mare Arabico. Devozione ancestrale, natura lussureggiante, yoga e ayurveda.
Narra la leggenda che Parashurama, un'incarnazione di Vishnu, compì una serie di penitenze per espiare un grave peccato e il potente Dio ricompensò la sua devozione prosciugando il Kerala e strappandolo alle acque dell'oceano. Così sarebbe nato questo stato dell'India meridionale dalla natura rigogliosa e lussureggiante, celebre per le palme da cocco, una delle sue maggiori ricchezze, per le piantagioni di caffè, tè e cardamomo.
Un paradiso tropicale a tutti gli effetti, stretto tra i monti Ghati Occidentali e il Mare Arabico, che per circa 600 chilometri corre lungo la costa occidentale ed è punteggiato di grandi e piccoli canali e lagune, regno di mangrovie, che dal mare si infilano nella foresta pluviale. Un luogo particolare anche perchè è considerato la culla dell'ayurveda, sistema di medicina alternativa basato sulla naturopatia, e dello yoga, ed è quindi la meta ideale per una vacanza all'insegna del benessere e delle cure tradizionali indiane. Ma questo viaggio di 12 giorni nel Kerala aggiunge, alla scoperta di un'India diversa, anche un contatto più diretto con la sua natura grazie a un breve e non impegnativo trekking, nella regione di Munnar, in una zona dal nome romantico: la Valle dei Rododendri.
Si parte da Trivandrum, capitale dello stato e in passato sede del Maharajah di Travancore, e si fa tappa nella vicina Kovalam soggiornando in un antico palazzo nobiliare, il Travancore Heritage, proprio a picco sulle scogliere dell'Oceno Indiano, trascorrendo il tempo tra massaggi rilassanti ed escursioni nei dintorni, fino ad ad arrivare a Kanya Kumari, l'estremità più meridionale dell'India.
Si prosegue quindi per Aleppey, città chiamata la Venezia dell'Est per la quantità di canali che la attraversano. Qui ci si imbarca sull'houseboat The Kettuvallum (Barca di Riso), grande imbarcazione tradizionale in giunco, per due giorni di navigazione nelle Backwaters, un mondo di acqua color smeraldo fatto di laghi e lagune collegati da canali, e nutrito da trentotto fiumi che contendono al mare il predominio sulle basse terre. Un eterno altalenare di limo e di sabbie che crea dighe naturali grazie alle quali si aprono 1500 chilometri di canali salmastri navigabili, sapientemente riordinati dalla mano dell'uomo. Un reticolo silenzioso e vergine dove si specchiano alte palme da cocco, i laghi di Vembanadu e Punnamda, villaggi di pescatori, risaie, statue di Buddha e tempietti.
In auto si raggiunge poi il Parco Nazionale di Periyar, il più importante santuario di fauna selvatica nel sud dell'India dove si possono avvistare tigri, elefanti selvatici, bisonti, leopardi, scimmie. Si prosegue quindi per Fort Cochin (oggi Kochi), conosciuta come la Regina del Mare Arabico, che fu capitale dell'India Portoghese fino al 1530. È uno dei porti più antichi della costa occidentale, importante centro di commercio delle spezie fin dai tempi antichi. Vanta una lunga storia di visitatori che risale al 1409, quando i primi viaggiatori cinesi approdarono su queste sponde. Nel 1498 toccò a Vasco da Gama che fu autorizzato dal rajah locale a costruire Forte Immanuel, prima dimora europea in India. È l'inizio della saga coloniale di questo paese e della storia di Fort Cochin come città indo-europea. Nelle ampie mura del forte, i Portoghesi hanno lasciato case e chiese, mentre i contorni della città moderna rammentano gli Olandesi che l'hanno tolta ai Portoghesi nel 1663.
Furono proprio loro a renderla un crocevia commerciale tra l'Europa e la Cina. E anche dopo che i Britannici conquistarono la città nel 1795, piantagioni e aziende commerciali inglesi installate a Fort Cochin e il suo particolarissimo stile architettonico indo-europeo, hanno proseguito il loro sviluppo. La città con la sua sinagoga del XVI secolo, le moschee, le chiese cattoliche portoghesi, i templi indù, racconta l'eclettismo di tutto il Kerala. Dietro le banchine si trovano ancora le vecchie case dei mercanti, i magazzini e i cortili dove vengono ammucchiate le spezie che, durante il secondo millennio venivano esportate in Europa, e che ancora oggi insieme al caffè e alla fibra di cocco, sono una delle ricchezze più importanti della regione.
Si continua quindi per Munnar, Pothamedu, Devikulam, Mattupetty, Nyayamakad, tutte località tra i 1600 e i 1700 metri di altitudine, circondate dalle verdissime piantagioni di tè, caffè, cardamomo. Il trekking nella Valle dei Rododendri inizia da qui, dura due giorni e va da 1500 a 2600 metri, passando da praterie e foreste pluviali d'alta quota, per arrivare fino sul Meesapulimala, la seconda vetta più alta dei Ghat Occidentali (2650 m) da dove si gode un panorama eccezionale sulle piantagioni di tè di Kolukkumalai e sulle ondulate colline sottostanti. Infine, scendendo, si raggiungono le rive del Lago Anaerangal (1200 m) il cui nome, non a caso, significa "Lago dove arrivano gli elefanti". Qui infatti, si possono avvistare elefanti, sambar (un grande cervo asiatico), orsi bradipi e il nilgiri tahr, un grande ungulato che vive su queste alture.
Info partenze IL GENIO DEL BOSCO VIAGGI NATURA E CULTURA numero verde 800919983 mail: info@i-viaggi.net. Quota individuale di partecipazione € 2.340,00. La quota comprende: voli intercontinentali di linea; voli interni in classe economica; tasse aeroportuali; franchigia bagaglio 20 kg.; trasferimenti in treno previste nel programma; autobus a disposizione per tutta la durata del viaggio, con aria condizionata, autista e assistente; sistemazione in camera doppia in hotel 3/4 stelle, o heritage b&b; accompagnatore specializzato indiano; guide locali per le visite previste nel programma, assicurazione medico bagaglio. La quota non comprende: il visto; i pranzi, le mance, gli ingressi nei musei e ai monumenti; le bevande alcoliche. Supplementi: camera singola € 20,00 per notte; cassa comune (dai 60 ai 70 €) a copertura di alcune delle spese previste nella voce “La quota non comprende”, e precisamente i pranzi, le bevande, le mance, gli ingressi nei musei e ai monumenti. Estensione Hampi € 190,00. Nella quota di partecipazione è inclusa la copertura assicurativa Mondial Assistance Medico Bagaglio.
Narra la leggenda che Parashurama, un'incarnazione di Vishnu, compì una serie di penitenze per espiare un grave peccato e il potente Dio ricompensò la sua devozione prosciugando il Kerala e strappandolo alle acque dell'oceano. Così sarebbe nato questo stato dell'India meridionale dalla natura rigogliosa e lussureggiante, celebre per le palme da cocco, una delle sue maggiori ricchezze, per le piantagioni di caffè, tè e cardamomo.
Un paradiso tropicale a tutti gli effetti, stretto tra i monti Ghati Occidentali e il Mare Arabico, che per circa 600 chilometri corre lungo la costa occidentale ed è punteggiato di grandi e piccoli canali e lagune, regno di mangrovie, che dal mare si infilano nella foresta pluviale. Un luogo particolare anche perchè è considerato la culla dell'ayurveda, sistema di medicina alternativa basato sulla naturopatia, e dello yoga, ed è quindi la meta ideale per una vacanza all'insegna del benessere e delle cure tradizionali indiane. Ma questo viaggio di 12 giorni nel Kerala aggiunge, alla scoperta di un'India diversa, anche un contatto più diretto con la sua natura grazie a un breve e non impegnativo trekking, nella regione di Munnar, in una zona dal nome romantico: la Valle dei Rododendri.
Si parte da Trivandrum, capitale dello stato e in passato sede del Maharajah di Travancore, e si fa tappa nella vicina Kovalam soggiornando in un antico palazzo nobiliare, il Travancore Heritage, proprio a picco sulle scogliere dell'Oceno Indiano, trascorrendo il tempo tra massaggi rilassanti ed escursioni nei dintorni, fino ad ad arrivare a Kanya Kumari, l'estremità più meridionale dell'India.
Si prosegue quindi per Aleppey, città chiamata la Venezia dell'Est per la quantità di canali che la attraversano. Qui ci si imbarca sull'houseboat The Kettuvallum (Barca di Riso), grande imbarcazione tradizionale in giunco, per due giorni di navigazione nelle Backwaters, un mondo di acqua color smeraldo fatto di laghi e lagune collegati da canali, e nutrito da trentotto fiumi che contendono al mare il predominio sulle basse terre. Un eterno altalenare di limo e di sabbie che crea dighe naturali grazie alle quali si aprono 1500 chilometri di canali salmastri navigabili, sapientemente riordinati dalla mano dell'uomo. Un reticolo silenzioso e vergine dove si specchiano alte palme da cocco, i laghi di Vembanadu e Punnamda, villaggi di pescatori, risaie, statue di Buddha e tempietti.
In auto si raggiunge poi il Parco Nazionale di Periyar, il più importante santuario di fauna selvatica nel sud dell'India dove si possono avvistare tigri, elefanti selvatici, bisonti, leopardi, scimmie. Si prosegue quindi per Fort Cochin (oggi Kochi), conosciuta come la Regina del Mare Arabico, che fu capitale dell'India Portoghese fino al 1530. È uno dei porti più antichi della costa occidentale, importante centro di commercio delle spezie fin dai tempi antichi. Vanta una lunga storia di visitatori che risale al 1409, quando i primi viaggiatori cinesi approdarono su queste sponde. Nel 1498 toccò a Vasco da Gama che fu autorizzato dal rajah locale a costruire Forte Immanuel, prima dimora europea in India. È l'inizio della saga coloniale di questo paese e della storia di Fort Cochin come città indo-europea. Nelle ampie mura del forte, i Portoghesi hanno lasciato case e chiese, mentre i contorni della città moderna rammentano gli Olandesi che l'hanno tolta ai Portoghesi nel 1663.
Furono proprio loro a renderla un crocevia commerciale tra l'Europa e la Cina. E anche dopo che i Britannici conquistarono la città nel 1795, piantagioni e aziende commerciali inglesi installate a Fort Cochin e il suo particolarissimo stile architettonico indo-europeo, hanno proseguito il loro sviluppo. La città con la sua sinagoga del XVI secolo, le moschee, le chiese cattoliche portoghesi, i templi indù, racconta l'eclettismo di tutto il Kerala. Dietro le banchine si trovano ancora le vecchie case dei mercanti, i magazzini e i cortili dove vengono ammucchiate le spezie che, durante il secondo millennio venivano esportate in Europa, e che ancora oggi insieme al caffè e alla fibra di cocco, sono una delle ricchezze più importanti della regione.
Si continua quindi per Munnar, Pothamedu, Devikulam, Mattupetty, Nyayamakad, tutte località tra i 1600 e i 1700 metri di altitudine, circondate dalle verdissime piantagioni di tè, caffè, cardamomo. Il trekking nella Valle dei Rododendri inizia da qui, dura due giorni e va da 1500 a 2600 metri, passando da praterie e foreste pluviali d'alta quota, per arrivare fino sul Meesapulimala, la seconda vetta più alta dei Ghat Occidentali (2650 m) da dove si gode un panorama eccezionale sulle piantagioni di tè di Kolukkumalai e sulle ondulate colline sottostanti. Infine, scendendo, si raggiungono le rive del Lago Anaerangal (1200 m) il cui nome, non a caso, significa "Lago dove arrivano gli elefanti". Qui infatti, si possono avvistare elefanti, sambar (un grande cervo asiatico), orsi bradipi e il nilgiri tahr, un grande ungulato che vive su queste alture.
Info partenze IL GENIO DEL BOSCO VIAGGI NATURA E CULTURA numero verde 800919983 mail: info@i-viaggi.net. Quota individuale di partecipazione € 2.340,00. La quota comprende: voli intercontinentali di linea; voli interni in classe economica; tasse aeroportuali; franchigia bagaglio 20 kg.; trasferimenti in treno previste nel programma; autobus a disposizione per tutta la durata del viaggio, con aria condizionata, autista e assistente; sistemazione in camera doppia in hotel 3/4 stelle, o heritage b&b; accompagnatore specializzato indiano; guide locali per le visite previste nel programma, assicurazione medico bagaglio. La quota non comprende: il visto; i pranzi, le mance, gli ingressi nei musei e ai monumenti; le bevande alcoliche. Supplementi: camera singola € 20,00 per notte; cassa comune (dai 60 ai 70 €) a copertura di alcune delle spese previste nella voce “La quota non comprende”, e precisamente i pranzi, le bevande, le mance, gli ingressi nei musei e ai monumenti. Estensione Hampi € 190,00. Nella quota di partecipazione è inclusa la copertura assicurativa Mondial Assistance Medico Bagaglio.
mercoledì 17 novembre 2010
L'India di Tiziana Ripepi
Abbiamo il piacere di presentare e proporre l'India di Tiziana Ripepi dal 27 dicembre al 12 gennaio.
Chi è Tiziana? Risponde lei.
Mi chiamo Tiziana Ripepi e da oltre venticinque anni vivo e lavoro tra l’India e l’Italia. In questo lungo periodo ho studiato e condotto ricerche, con finanziamenti e borse di studio di entrambi i paesi e ho lavorato nel campo del turismo e della mediazione culturale. Ho cominciato il mio percorso di ricerca nei primi anni novanta, nel nord dell’India, per la stesura della tesi di laurea. Ho vissuto a Varanasi, dove ho imparato la lingua hindi ospite di una famiglia indiana e di un monastero in cui facevo le mie ricerche; poi mi sono spostata al sud, nello stato del Karnataka, per il dottorato di ricerca. Il Karnataka mi ha affascinato a tal punto che per studiarne a fondo la cultura e la società, ho imparato la lingua kannadae ho viaggiato intensamente, vivendo nei villaggi, nei luoghi di pellegrinaggio e nei monasteri, incontrando intellettuali e contadini, leggendo e traducendo in italiano la loro letteratura e imparando i loro dialetti. Le mie ricerche sono state finanziate dall’Indian Council for Cultural Relation, che rappresenta il Ministero degli Affari Esteri dell’India.
La gente del Karnataka ha apprezzato molto il mio interessamento persua lingua e la sua cultura e mi ha più volte conferito premi e riconoscimenti, mi ha intervistata alla radio e alla televisione e, soprattutto, mi ha costantemente offerto una cordiale ospitalità.
Sin dagli anni ottanta ho lavorato in tutta l’India come mediatrice culturale per il turismo di massa, con grandi tour operator, e occasionalmente per il turismo alternativo con partners come l’ASSEFA , ma ultimamente ho indirizzato le mie energie verso il turismo sostenibile che, secondo me, potrebbe diventare uno strumento di sviluppo importante per l’India rurale. Le mie ultime esperienze in questo campo vanno di pari passo con la fondazione della Nadayoga Society, di cui sono vicepresidente. Si tratta di un’associazione di promozione sociale i cui progetti ruotano intorno a un piccolo ashram del Karnataka settentrionale cui sono profondamente legata. Al momento sto imparando un’altra lingua indiana, il tamil, e seguo un progetto di traduzione dalla letteratura kannada medioevale e contemporanea in accordo con la Sahitya Akademi di New Delhi (la principale accademia letteraria indiana). Le mie pubblicazioni riguardano aspetti della religione e della letteratura del Karnataka.
Vi segnalo i titoli meno specialistici:
Tiziana Ripepi, Non c'è morte per i nostri: l'esperienza di un lingayata del Karnataka settentrionale, in Luoghi dei morti ( fisici, mentali, metafisici) nelle tradizioni religiose dell’India, a cura di S. Piano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005.
Śrinivasa, Mangamma dello yogurt, traduzione annotata dal kannaḍa a cura di Tiziana Ripepi,in A Oriente! Numero speciale multilingue. Le armi dell'India, le armi della pace. Anno IV - Numero 10 inverno 2003-2004, pp. 84-99.(Potete contattare la casa editrice )
E poi un articolo, in inglese, online. Questo è il più recente: Tiziana Ripepi, A proposito di Kalyana come avimuktakshetra, in Tīrthayātra. Essays in Honour of Stefano Piano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2010.
Per partecipare al viaggio numero verde 800 91 99 83. Oppure inviate una mail
Chi è Tiziana? Risponde lei.
Mi chiamo Tiziana Ripepi e da oltre venticinque anni vivo e lavoro tra l’India e l’Italia. In questo lungo periodo ho studiato e condotto ricerche, con finanziamenti e borse di studio di entrambi i paesi e ho lavorato nel campo del turismo e della mediazione culturale. Ho cominciato il mio percorso di ricerca nei primi anni novanta, nel nord dell’India, per la stesura della tesi di laurea. Ho vissuto a Varanasi, dove ho imparato la lingua hindi ospite di una famiglia indiana e di un monastero in cui facevo le mie ricerche; poi mi sono spostata al sud, nello stato del Karnataka, per il dottorato di ricerca. Il Karnataka mi ha affascinato a tal punto che per studiarne a fondo la cultura e la società, ho imparato la lingua kannadae ho viaggiato intensamente, vivendo nei villaggi, nei luoghi di pellegrinaggio e nei monasteri, incontrando intellettuali e contadini, leggendo e traducendo in italiano la loro letteratura e imparando i loro dialetti. Le mie ricerche sono state finanziate dall’Indian Council for Cultural Relation, che rappresenta il Ministero degli Affari Esteri dell’India.
La gente del Karnataka ha apprezzato molto il mio interessamento persua lingua e la sua cultura e mi ha più volte conferito premi e riconoscimenti, mi ha intervistata alla radio e alla televisione e, soprattutto, mi ha costantemente offerto una cordiale ospitalità.
Sin dagli anni ottanta ho lavorato in tutta l’India come mediatrice culturale per il turismo di massa, con grandi tour operator, e occasionalmente per il turismo alternativo con partners come l’ASSEFA , ma ultimamente ho indirizzato le mie energie verso il turismo sostenibile che, secondo me, potrebbe diventare uno strumento di sviluppo importante per l’India rurale. Le mie ultime esperienze in questo campo vanno di pari passo con la fondazione della Nadayoga Society, di cui sono vicepresidente. Si tratta di un’associazione di promozione sociale i cui progetti ruotano intorno a un piccolo ashram del Karnataka settentrionale cui sono profondamente legata. Al momento sto imparando un’altra lingua indiana, il tamil, e seguo un progetto di traduzione dalla letteratura kannada medioevale e contemporanea in accordo con la Sahitya Akademi di New Delhi (la principale accademia letteraria indiana). Le mie pubblicazioni riguardano aspetti della religione e della letteratura del Karnataka.
Vi segnalo i titoli meno specialistici:
Tiziana Ripepi, Non c'è morte per i nostri: l'esperienza di un lingayata del Karnataka settentrionale, in Luoghi dei morti ( fisici, mentali, metafisici) nelle tradizioni religiose dell’India, a cura di S. Piano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2005.
Śrinivasa, Mangamma dello yogurt, traduzione annotata dal kannaḍa a cura di Tiziana Ripepi,in A Oriente! Numero speciale multilingue. Le armi dell'India, le armi della pace. Anno IV - Numero 10 inverno 2003-2004, pp. 84-99.(Potete contattare la casa editrice )
E poi un articolo, in inglese, online. Questo è il più recente: Tiziana Ripepi, A proposito di Kalyana come avimuktakshetra, in Tīrthayātra. Essays in Honour of Stefano Piano, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2010.
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